Il futuro arrivò un giorno preciso: il 6 luglio 1972; e lo fece con un gesto inaspettato e clamoroso. Fu quando David Bowie apparve a «Top of the Pops», cantando, con una tutina spaziale e iridescente, i capelli dai riflessi aranciati e una chitarra azzurra, la (da quel momento in poi) celeberrima Starman. Lui istantaneamente idolo e titolare di una carriera anch’essa stellare. Ma se lo rivedete su youtube, a un certo punto della canzone – quando dice I had to phone someone so I picked on you-hoo-oo – rompe la famosa quarta parete e punta dritto il dito sulla telecamera. L’impressione, per chi lo sta guardando, milioni di ragazzi inglesi, nati nel primissimo dopoguerra, è fortissima: sta parlando a me! È una nuova e colorata chiamata alle armi, c’entrano l’allargamento delle possibilità sessuali, l’abbattimento dei generi, il miscuglio che scardina le identità e ridefinisce nuovi parametri esistenziali: non esagero (in Italia, terra di canzonette melodiche, unica cosa paragonabile sono i “travestimenti” di Renato Zero).
È impressionante, nella mostra Blitz: The Club That Shaped The 80s, fino al 29 marzo al Design Museum di Londra, come tutti i protagonisti coinvolti convengano e convergano su quel momento decisivo. Tutti avevano visto la performance di Bowie, tutti avrebbero capito da lì la strada da intraprendere: nell’Inghilterra fine 70 e primi 80, ora già post punk e invischiata nelle lotte operaie al thatcherismo più intransigente, la protesta si sarebbe incanalata in forme originali: andando in discoteca, travestendosi con cura (neo)romantica, sperimentando nuove sonorità. Quel momento chiave (ai tempi non si poteva rivedere niente; tutto avveniva nell’istante) era la semina di un’idea nuova di stare al mondo che sarebbe maturata di lì a poco: per la generazione di acquirenti di dischi post-beatlesiana – e la musica allora era senz’altro la più forte traccia di identità generazionale, si tifava, no ci si immedesimava, nei valori di una band, più che ascoltarla – il punto (di non ritorno) non sarebbe più stato questa o quell’altra canzone, questo o quell’Lp: era il modo in cui David Bowie li aveva guardati e sedotti, stanandoli dal piccolo schermo.
È una storia, questa della cultura degli anni 80, che la piccola e ben curata mostra londinese (ma dovrebbe essere un caso di studio su come si possono fare mostre di eccellente qualità con pochi mezzi, capaci da una parte di restaurare un’epoca e un’aura e di restituire senso a ciò che magari si è vissuto sbadatamente) si incarica di raccontare mettendo in scena (e dico letteralmente) gli ambienti del club Blitz. Ricreati in una sala in scala 1:1, bar e pista da ballo, con tanto di avatar del fondatore e dj Rusty Egan: la musica è quella e sulla parete sfila gente vestita, curatissima, come allora, per quei martedì singolari. Rivoluzione estetica e pratica dietro una porta a Covent Garden, il luogo in cui ha avuto inizio lo stile anni 80. Bowie e Ferry, punk e soul, cinema e cabaret, riviste e vestiti fatti a casa da zero solo per “apparire” in discoteca: in soli 18 mesi in quel locale si lanciarono carriere musicali (gli Spandau Ballet, che vi debuttarono, i Visage di Egan, appunto, che piazzarono una hit ancora valida, «Fade to Grey», Boy George, che stava al guardaroba e diventò guru della musica e della moda), stilisti, artisti, registi e scrittori, il modista Stephen Jones, Midge Ure (Ultravox) e Sade, costumisti, giornalisti e scrittrici.
Sono troppo giovane per essere nostalgico di quelle serate e ambienti e non sono mai stato un tipo da discoteca, al contrario: eppure, a quarant’anni dalla chiusura, i visitatori rientrano in quel mood con un’esperienza sensoriale e museale, tra arte, cinema, grafica, musica e tecnologia (in esposizione c’è il sintetizzatore Yamaha CS-10 che fu così gran parte del nuovo modo di produrre musica; questo è quello suonato da Gary Kemp per l’album dal titolo profetico Journeys to Glory): oltre 250 oggetti, abiti e accessori, schizzi di design, volantini, riviste, mobili, fotografie, vinili e filmati. È un modo di capire la cultura e il senso di un’epoca che risulta più efficace di molti libri dotti, romanzi, film. Culture club e club culture è un gioco di parole che funziona, e spiega. Come le tante cose che, piluccando qua e là, rilucono in mostra. Alcune: il libro del trucco di Boy George, un manuale per riprodurre alcuni dei suoi look più riconoscibili, con tanto di cartamodelli per rifarsi gli abiti. C’è una parete di fotografie con l’artista Duggie Fields in un tailleur stampato anni 40 e ciuffo; due frequentatrici truccate per assomigliare alle donne del periodo blu di Picasso; una donna vestita come la Regina Elisabetta I; Linard con una gorgiera di pizzo. Si finisce con la locandina del Live Aid, tra Wembley e Philadelphia: sul palco, ormai saldamente al centro di quell’ondata musicale, molti dei Blitz Kids e dei loro immediati predecessori: Spandau, Boy George, Bowie e Bryan Ferry, Sade e Ultravox.
Ah sì, c’è anche David Bowie, al Blitz, in una foto: semplice camicia di pelle, versa una birra, ordinario per contrasto con quell’eccesso di vestiti: ma non ne aveva bisogno. Lui, uomo caduto dal futuro, a tutto questo ci era arrivato prima, lo avrebbe superato e, come tutti i classici, c’è ancora.







