
La Corte e il corpo. Due sentenze americane
2 Aprile 2026
Grateful Dead – Ripple
2 Aprile 2026Da ministro a federatore Il ritorno di Bersani: l’uomo delle metafore spariglia il Campo largo
Il ritratto
di Roberto Gressi
Il nome evocato da Bindi. Lui c’è: ma faccio il seminatore
«Se c’è qualcosa che vi urta nel profondo, non state lì a pettinare le bambole. Non importa in quanti sarete, se in tanti o in pochi, o da soli. Impegnatevi, e collegate l’impegno a un pensiero. Magari con l’aiuto di chi ha frequentato la politica per tutta una vita e dovrebbe dedicarsi a seminare e non a raccogliere».
Pier Luigi Bersani è così, come lo vedete, è da carne e da latte. E ora che Rosy Bindi ha infilato il suo nome nel ventilatore, come possibile federatore del centrosinistra, dice che lui c’è, e continuerà ad esserci, per dare una mano, ma incarichi no, non ne vuole. Se ne sta qui, «testardamente occupato a seminare», perché è il momento di affidarsi alle nuove generazioni. Insomma, con tutto il rispetto per Cincinnato, non pensa che o fai il Dictator o te ne torni all’orto a zappettare le rape. Ci si può impegnare, si può costruire, si possono aiutare i giovani a crescere e a dire la loro.
Dal Pci allo streaming
Famiglia cattolica, scelse il Pci. Unico a non lamentarsi dell’umiliazione M5S
Non che abbia paura Pier Luigi, nato 74 anni fa in quel di Bettola, 2.586 anime in provincia di Piacenza. Oddio, una volta in verità gli sono un po’ tremate le vene e i polsi, lo ha raccontato a Tommaso Labate sul Corriere. Lui era ministro dell’Industria e del Commercio nel primo governo guidato da Romano Prodi. Si inventò la liberalizzazione delle licenze. I commercianti, quelli che la licenza ce la avevano già, insorsero. Il presidente di Confcommercio, Sergio Billè, ebbe l’idea di portare un pullman di protesta, con tanto di troupe Rai al seguito, proprio a Bettola, sotto la casa dei genitori di Bersani, Bruna e Giuseppe. Pier Luigi si spaventò, e chiamò Billè: «Ma dai Sergio, hanno più di ottanta anni, ti pare che gli piombi a casa con un torpedone?». Macché, il presidente della Confcommercio non se la sentì di frenare i suoi. Bersani si mise al telefono, e chiamò i genitori: «Guardate, succede questa cosa, chiudetevi in casa e non uscite, mi raccomando». Gli rispose la madre: «Ma sì, ma sì, stai tranquillo Pier Luigi, ci pensiamo noi». Vabbè, sospirone. Il pullman viaggiava verso Bettola trainato dallo striscione «Bersani vergogna». Parcheggiò nella piazza, incerto sul percorso. Per fortuna c’era un signore in bicicletta pronto, che disse ai commercianti inferociti: «Forza, seguitemi». Era papà Pino, che li guidò fino a casa. Lì c’era mamma Bruna, che li invitò a entrare. Aveva preparato ciambelle e vino bianco, e finirono insieme a mangiare e a brindare, con Bruna che diceva: «Mio figlio è un bravo ragazzo, vuol bene a tutti, vedrete che si aggiusterà ogni cosa». Che poi uno dice: è facile fare il comunista rivoluzionario con due genitori cattolici e democristiani così che ti hanno cresciuto.
Il ruolo
Dice che ci si può impegnare, aiutare i giovani. Ma tirarlo per la giacca è inutile
Certo che a Pino e Bruna gliene ha fatte passare. Ti trovi un figlio chierichetto che organizza uno sciopero dei servitori di messa perché qualcosa non funziona sulla gestione delle offerte. E porca miseria, ha pure uno zio prete. E ti apre anche una sezione di Avanguardia operaia, che non dura più di tanto, perché non è un capellone e non crede nell’amore libero. Peggio però, perché poi si iscrive al Pci, apriti cielo. Corre con gli angeli del fango a salvare le opere d’arte nella Firenze aggredita dalla furia dell’Arno. Non è credente, ma si laurea in Filosofia con tanto di lode sul cristianesimo e su papa Gregorio Magno, quello a cui si attribuisce la frase «dare ai bisognosi ciò che è a loro necessario è restituire il dovuto, non dare del nostro».
Il resto è storia minore. Più volte parlamentare, più volte ministro, segretario del Pd, sfidante e vincitore alle primarie in difesa della Ditta contro Matteo Renzi. Vincitore anche contro Silvio Berlusconi al grido di «smacchiamo il giaguaro», ma non abbastanza perché la valanga elettorale dei Cinque Stelle gli sbarra la strada. Gli toccò pure una diretta streaming con i capigruppo grillini che avevano preannunciato che non avrebbero fatto un governo con lui nemmeno se si fosse messo in ginocchio. Unico a non lamentarsi di quell’umiliazione, perché la politica sa dove sta di casa. Dimissionario dopo il pogrom dei 101 contro la corsa di Romano Prodi alla conquista del Quirinale. In ospedale a sincerarsi delle condizioni dell’avversario Berlusconi, sfregiato da una statuetta in faccia in piazza del Duomo. Vittima di una feroce malattia, completamente risolta, con Il Giornale che titola «Oggi forza Bersani» e con il Cavaliere che va a trovarlo e lo abbraccia. Scissionista con Articolo Uno contro la svolta di Renzi, ragionevolmente vicino alla nuova segretaria Elly Schlein. Favorevole alla nascita di un centro collegato alla sinistra, purché non pretenda di distribuire le carte per grazia ricevuta. E poi cinema, libri, televisione.
Tirarlo per la giacca adesso non è strumentale, ma inutile. Perché è meglio avere un passerotto in mano che un tacchino sul tetto, e non è tempo di stare qui ad asciugar gli scogli.





