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Dopo aver riflettuto sul caso di Siena – una città che conosco bene, storicamente centrale e che ha progressivamente perso capacità di incidere sui flussi decisionali che ne determinano il destino – oggi lo sguardo si sposta su Piancastagnaio. Un territorio che conosco altrettanto bene, diverso per scala e funzione, ma attraversato dalla stessa domanda: come contare, oggi, in un mondo organizzato per reti e flussi.
Le aree periferiche non sono marginali per natura. Lo diventano quando partecipano ai flussi che organizzano il mondo senza poterli orientare. Piancastagnaio si colloca in questa condizione: è pienamente dentro i processi economici, sociali e ambientali contemporanei, ma con una capacità di influenza ancora limitata rispetto alle risorse di cui dispone. Non è esclusa né isolata; contribuisce ai processi, spesso in modo significativo, ma fatica a trasformare questa partecipazione in capacità di scelta.
Come ha mostrato Manuel Castells, il potere contemporaneo non coincide più con il controllo dei luoghi, ma con la capacità di orientare i flussi che scorrono nelle reti: persone, energia, capitali, informazioni, immaginari. In questo quadro, le aree interne non sono fuori dalla modernità. Ne vivono gli effetti più diretti, spesso però in posizione asimmetrica, dove l’impatto è locale e le decisioni sono sovralocali.
Osservata dal punto di vista dei flussi, Piancastagnaio mostra però una possibilità diversa. Qui la coerenza territoriale non è ancora del tutto frammentata: risorse ambientali, qualità del paesaggio, relazioni comunitarie, memoria del lavoro e attenzione al tempo dell’abitare possono essere tenute insieme. Non come somma di interventi, ma come una traiettoria che riduce le dipendenze e aumenta la capacità di orientamento.
Questa traiettoria è già riconoscibile in alcune scelte strutturali. L’uso della geotermia, lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili, l’investimento nella cattura della CO₂ e l’adozione di un’economia circolare reale (sostituzione paritaria) indicano un territorio che ha iniziato a trattenere valore e a reinvestirlo localmente. Energia, produzione, consumo e redistribuzione tornano a stare nello stesso spazio di vita. Non è una somma di progetti, ma un cambio di statuto: la periferia smette di essere solo attraversata e comincia a organizzare i flussi che la riguardano.
In questo senso, la questione non è settoriale ma politica. Quando un territorio riduce strutturalmente i costi ambientali ed economici, redistribuisce localmente il valore prodotto e rende leggibili i propri flussi, modifica il proprio rapporto di dipendenza. Non elimina i vincoli esterni, ma aumenta la propria capacità di influenza.
Questa impostazione intercetta in modo diretto un insieme di principi che oggi stanno ridefinendo le politiche europee: la sostenibilità ambientale, l’inclusione sociale e la qualità dell’abitare come dimensioni inseparabili di uno stesso disegno. Non si tratta di un’adesione formale a un modello, ma di una coerenza sostanziale. Un territorio che riesce a tenere insieme queste dimensioni si colloca in un linguaggio europeo riconoscibile, valutabile e finanziabile, senza rinunciare alla propria specificità.
In questo quadro rientra anche la digitalizzazione, intesa non come vetrina tecnologica ma come infrastruttura di consapevolezza. Nella società delle reti, ciò che non è leggibile non è governabile. La capacità di conoscere e interpretare i propri flussi – movimenti, tempi, usi del territorio – riduce l’asimmetria tra chi vive i luoghi e chi decide sulle reti, rafforzando l’autonomia senza snaturare l’identità.
Il vero discrimine, dunque, non è tra centro e periferia, ma tra territori che subiscono i flussi e territori che riescono, almeno in parte, a orientarli. Dopo Siena, Piancastagnaio mostra l’altro lato della questione: non la perdita di centralità, ma la possibilità di costruire nuova influenza a partire dalla qualità dell’abitare e dalla coerenza territoriale.
È in questa prospettiva che le aree periferiche possono diventare uno dei luoghi chiave del progetto europeo: non margini da compensare, ma spazi in cui ripensare il rapporto tra sviluppo, territorio e vita quotidiana.





