Il riassetto del sistema finanziario italiano pensato, voluto e almeno in una certa misura perseguito dal governo non è, al momento, ascrivibile tra i successi dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

 

 

In pochi giorni, le ambizioni del dirigismo governativo hanno subìto due brusche sveglie. Venerdì scorso, la Commissione europea ha demolito il Golden power, lo strumento giuridico utilizzato per fermare l’offerta di Unicredit su Banco Bpm. Non che ci volesse un mago del diritto per capire che le motivazioni utilizzate nel provvedimento fossero quantomeno labili e in alcuni punti addirittura contraddittorie. Basta pensare al divieto, per Anima (controllata da Bpm) e solo nel caso della sua acquisizione da parte di Unicredit, di vendere i Btp in portafoglio per almeno cinque anni. Come si possa accordare questo divieto con la tutela del risparmio degli italiani rivendicata nel provvedimento del governo è un esercizio che sfida la logica prima del buonsenso. In che misura vengono tutelati i risparmiatori che hanno messo i propri soldi nei fondi d’investimento di Anima se, per caso, da qui a cinque anni quei Btp “invendibili” subissero brusche correzioni di valore al ribasso?

Le responsabilità penali sono ovviamente tutte da accertare. «Perseguiamo reati sanzionati con la pena della perquisizione», scherza un investigatore di grande esperienza nei reati finanziari per dire come sia difficile passare dalle indagini alle condanne penali in questo ambito. Così come è prematuro presagire le conseguenze sul riassetto di inchieste della procura e provvedimenti di Bruxelles. Per ora, oltre a dire che lo Stato banchiere non ci fa una gran figura, la conseguenza principale riguarda un pezzo di questo riassetto che è in fondo a tutta la catena ma ne rappresenta la porzione più pesante: le Generali. Il prodotto del riassetto – Caltagirone e Delfin soci forti di Montepaschi, Mps che adesso è il socio finanziario di Generali al posto di Mediobanca – cambia l’assetto della cassaforte della finanza italiana, con il suo patrimonio di polizze, risparmi e investimenti. Non che questo sia un di per sé un male: è indubbio che Mediobanca abbia per lustri incassato i ricchi dividendi del Leone impedendone la crescita con operazioni che avrebbero diluito la quota della banca milanese e la sua presa su Trieste. Una politica che il vecchio Antoine Bernheim, che di Generali è stato presidente, riassumeva brutalmente definendo piazzetta Cuccia «il pappone delle Generali».

Come si comporteranno i nuovi padroni (no anzi, azionisti di riferimento) è tutto da vedere. Per il momento, l’unico dato certo è che l’attuale amministratore delegato, Philippe Donnet, resterà ancora per un po’ al suo posto. Fino a ieri, sembrava destinato a lasciare la sua poltrona in tempi estremamente rapidi, addirittura prima di Natale. Il manager, d’altra parte, è espressione del vecchio assetto e già in passato non sono mancati scontri e divergenze con i rappresentati di Delfin e Caltagirone. La novità di ieri quantomeno congela tutto per qualche mese, almeno fino all’assemblea di aprile. In attesa che si chiarisca il quadro legale-regolatorio, certo. E chissà che nel frattempo lo Stato banchiere chiarisca a sua volta i propri modi prima ancora che le sue intenzioni.

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