«Non ci considerate il sesso debole e gentile. Non ci fate oggetto di formali galanterie… Credo di interpretare il pensiero di tutte noi consultrici… pregandovi di valutarci come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha qualcosa da dire, che ha lavorato con voi, con voi ha sofferto e combattuto». Così il 1° ottobre del 1945, per la prima volta nella storia d’Italia, una donna, la democristiana Angela Guidi Cingolani, in severo tailleur nero, prese la parola nell’aula di Montecitorio. E lo fece con un piglio che oggi possiamo giudicare assolutamente moderno poiché puntò il dito, con garbo e con grande nonchalance, sulla misoginia dei colleghi. Erano solo 13 le esponenti del gentil sesso presenti nella Consulta nazionale, l’assemblea che sostituì il Parlamento fino al momento in cui non vennero tenute regolari elezioni politiche. Ma poi nel 1946, su 556 deputati eletti all’Assemblea Costituente, furono solo 21 le donne designate. Nel 2026 ricorrono 80 anni da questo evento straordinario. In primavera, inoltre, per la prima volta le donne poterono votare ed essere elette alle amministrative: si insediarono le prime sindache italiane. Quindi arrivò il referendum costituzionale del 2 giugno, quando gli italiani abbandonarono la Monarchia per la Repubblica e a livello nazionale le donne per la prima volta deposero la scheda nell’urna ed elessero i membri della Costituente. Alla politica per le donne e delle donne, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, è dedicato il volume La Costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 a oggi, a cura di Anna Chimenti e di Maria Natale (Carocci editore, introduzione di Giovanni Pitruzzella, con interventi di Anna Finocchiaro, Paola Bonin, Roberta Calvano, Valentina Ciaccio, Paolo Bonini, Celeste Chiariello e altri). La costituzionalista Chimenti nel suo bel saggio ci rivela risvolti fino a oggi mai presi in considerazione sul lavorio sotterraneo con cui le grandi Madri cercarono di superare gli steccati posti al loro impegno dai deputati affetti da paternalismo, per non dire da diffidenza nei confronti del mondo femminile.

Venivano da partiti diversi, le politiche della Costituente: c’erano 9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste e una del Fronte dell’uomo qualunque. Prima di votare cercavano sempre momenti di convergenza attraverso lo “spirito costituente” e di squadra. Alle donne, con spiccato atteggiamento conservatore, venne affidata la redazione degli articoli dedicati alla famiglia e ai figli (artt. 29, 30 e 31 della Costituzione). Nilde Iotti, Teresa Noce, Maria Federici, Lina Merlin e altre riuscirono a essere innovative e determinate, conciliando modernità e consuetudini. Per esempio Merlin, con grande ostinazione, fece inserire la parola “sesso” nell’articolo 3, «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Così rese inequivocabile il fondamentale principio di parità di genere. Spesso con i loro testi le politiche della Costituente furono le pioniere di riforme successive come, per esempio, la trasformazione del diritto di famiglia del 1975.

Un altro importante apporto femminile fu la capacità di ostacolare i colleghi della Dc che avrebbero voluto l’inserimento in Costituzione del concetto di “indissolubilità” riferito al matrimonio. Se questo termine avesse trovato alloggio nella Carta ce la saremmo vista veramente brutta e sarebbe stato assai difficile se non impossibile, spiega Chimenti, far approvare successivamente la legge sul divorzio. Si trattava dunque di donne lungimiranti che con il loro ruolo politico coltivarono nuove visioni e gettarono basi per il futuro. Alle grandi Madri, però, la compilazione di articoli solo su figli e famiglia stava come un abito troppo stretto e volevano evadere da tematiche un po’ anguste: «Benché le donne elette all’Assemblea Costituente non presero parte direttamente all’elaborazione dell’articolo 11, furono fortemente coinvolte», ricorda Nilde Iotti. «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo per risolvere le controversie internazionali, promuovendo invece la pace e la giustizia tra le Nazioni», recitava l’articolo. A proporne l’attuale formulazione, secondo Oscar Luigi Scalfaro, giovane costituente e futuro presidente della Repubblica, fu Teresa Mattei. Detta Chicchi, eletta a soli 25 anni, era stata una coraggiosissima partigiana che imbracciò le armi dopo che Gianfranco, suo fratello, fu torturato e ucciso a Roma, nella prigione di via Tasso. Chicchi fece saltare in aria un convoglio di nazisti e, catturata dai tedeschi, fu seviziata e violentata. Mattei era molto colta, aveva studiato con Concetto Marchesi all’Università di Pisa e fu lei a suggerire al politico comunista l’idea di sostituire la parola “rinuncia” con “ripudia”, scelta che si rivelò decisiva. Le 21 grandi Madri cercarono insomma di evadere dal recinto legislativo loro assegnato – i pargoli e l’istituzione familiare – e diedero preziosi apporti. «Quando si parla della donna rispetto alla Costituzione si sottolinea generalmente ciò che la Repubblica, la Costituzione e la democrazia hanno dato alle donne. Ma non si sottolinea mai ciò che la battaglia delle donne ha dato alla Repubblica, alla Costituzione», commentò Nadia Gallico Spano, sottolineando l’atteggiamento poco aperto dei padri legislatori. Parole più che mai veritiere, queste della trentenne costituente, che ancora oggi chiariscono e integrano la storia della Carta costituzionale.

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