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Le notizie di queste ore restituiscono un quadro nitido: la fase attuale delle relazioni internazionali non è una semplice transizione, ma un accumulo di tensioni che si toccano e si rafforzano a vicenda. Dall’Europa orientale all’Artico, dall’America Latina al Medio Oriente, la linea che separa diplomazia, deterrenza e rottura si fa sempre più sottile.
Sul fronte ucraino, Regno Unito e Francia hanno compiuto un passo politico rilevante, dichiarandosi pronte a inviare truppe in Ucraina nel caso venga raggiunto un accordo di pace con la Russia. È un impegno discusso da mesi, ma che ora emerge apertamente, come segnale di garanzia post-bellica. Un’ipotesi che Mosca difficilmente accetterà senza reagire, perché introduce di fatto una presenza militare europea stabile sul confine orientale del continente. In parallelo, Volodymyr Zelensky e l’inviato statunitense Steve Witkoff hanno annunciato la prosecuzione dei colloqui a Parigi, mentre una dichiarazione sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina è stata firmata da Zelensky, Emmanuel Macron e Keir Starmer. L’Europa prova così a ritagliarsi un ruolo diretto non solo nel sostegno militare, ma nella futura architettura della pace.
Contemporaneamente, a nord, si riapre un fronte che sembrava impensabile fino a pochi anni fa: la Groenlandia. Le dichiarazioni di Donald Trump, rilanciate dal suo entourage, sull’intenzione americana di “acquistare” l’isola artica hanno provocato una reazione compatta dei leader europei. La Groenlandia appartiene alla Danimarca, che è parte della NATO, e le rivendicazioni statunitensi vengono lette come una minaccia alla sovranità europea. Da Washington arrivano messaggi ambigui: da un lato si minimizza l’ipotesi militare, dall’altro si insiste sulla valenza strategica dell’Artico. Persino figure storicamente vicine all’establishment repubblicano, come John Bolton, avvertono che questa retorica rischia di danneggiare la sicurezza americana più di quanto la rafforzi.
Lo scenario globale si complica ulteriormente guardando all’America Latina. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti accoglieranno nei propri porti petrolio venezuelano colpito da sanzioni, una mossa che contraddice anni di linea dura e apre a una gestione più opportunistica delle crisi energetiche. A Caracas, la vicepresidente Delcy Rodríguez rivendica il Parlamento come sede legittima del dialogo politico, mentre sullo sfondo resta irrisolto il nodo giudiziario di Nicolás Maduro: un procedimento che, anche in caso di cattura, rischia di trascinarsi per anni tra ricorsi legali e scontri politici senza precedenti. Più a nord, Cuba affronta una crisi economica definita ormai “in caduta libera”, segno di un sistema allo stremo e sempre più isolato.
In Medio Oriente, l’Iran torna a essere attraversato da proteste antigovernative diffuse in gran parte delle province, documentate da numerosi video. È un segnale che la repressione non ha cancellato il dissenso, ma lo ha reso più frammentato e difficile da controllare. Infine, nel cuore dell’Europa, un blackout a Berlino ha fatto scattare indagini per sospetto terrorismo, a conferma di quanto il tema della sicurezza interna sia ormai inseparabile dal contesto geopolitico più ampio.
Messe insieme, queste notizie raccontano un mondo in cui i confini – geografici, politici, giuridici – tornano a essere messi in discussione. L’Europa si scopre più esposta, chiamata a scegliere se restare spazio di mediazione o diventare attore diretto di deterrenza. Gli Stati Uniti oscillano tra unilateralismo e pragmatismo. Le crisi regionali non si chiudono, ma si sovrappongono. È in questa sovrapposizione che si gioca la vera partita dei prossimi anni: non tanto la ricerca di un nuovo ordine, quanto la gestione di un disordine sempre più strutturale.





