
𝐃𝐮𝐞 𝐝𝐢𝐩𝐢𝐧𝐭𝐢 𝐭𝐫𝐚 𝐂𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐒𝐞𝐢𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐱 𝐚𝐬𝐢𝐥𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐳𝐞𝐥𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢: 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐏𝐢𝐚𝐧𝐜𝐚𝐬𝐭𝐚𝐠𝐧𝐚𝐢𝐨 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐮𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢: 𝐑𝐨𝐧𝐜𝐚𝐥𝐥𝐢 𝐞 𝐆𝐞𝐧𝐧𝐚𝐫𝐢
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10 Ottobre 2026Data center, la protesta di Milano chiede un piano nazionale: la risposta può venire dalle aree geotermiche
Oggi pomeriggio, in piazza della Scala a Milano, la Rete nazionale dei Comitati Stop Data Center porta in piazza una questione rimasta finora chiusa nelle procedure amministrative. La Rete, nata a settembre dall’unione di una trentina di comitati, ha chiesto a governo e Parlamento di sospendere i nuovi procedimenti autorizzativi in attesa di un piano nazionale che stabilisca quanti impianti servano, dove collocarli e quale carico i territori possano sostenere. La protesta ha già fermato diversi progetti e costretto la Regione Lombardia a rivedere una legge approvata appena tre mesi fa.
Le ragioni della mobilitazione vanno capite. In Lombardia le richieste di insediamento si sono moltiplicate e si concentrano nella cintura milanese, su aree già congestionate, spesso a ridosso delle abitazioni, come nel caso dell’ex Novaceta a Magenta. Ogni progetto viene esaminato da solo, mentre gli effetti su rete elettrica, acqua e suolo si sommano. Gli impianti assorbono energia prodotta in buona parte da fonti fossili, molti usano acqua per il raffreddamento, e il territorio che li ospita ne ricava poco. I comitati stessi lo ripetono: non è un no alla tecnologia, è un no a una crescita senza regia.
Proprio per questo la loro richiesta merita di essere presa sul serio e trasformata in una domanda in positivo: dove un data center ha senso? Il Paese ne ha bisogno. Senza capacità di calcolo propria l’Italia resterebbe dipendente da infrastrutture collocate altrove, con tutto ciò che significa per la sovranità sui dati e per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La scelta non è tra farli e non farli, ma tra lasciarli alla rendita fondiaria delle periferie metropolitane e orientarli con criteri pubblici: energia rinnovabile disponibile sul posto, aree già destinate alla produzione, consumo d’acqua minimo, recupero del calore, benefici che restino alle comunità.
Sono criteri che disegnano una geografia diversa da quella attuale. Le aree geotermiche toscane offrono una combinazione che in Italia non ha eguali: energia rinnovabile continua, giorno e notte, che non dipende dal sole o dal vento, proprio come continuo è il funzionamento di un data center. Il calore della terra può alimentare anche sistemi di raffreddamento ad assorbimento, mentre il raffreddamento ad aria riduce quasi a zero il prelievo d’acqua. In questi territori esistono zone industriali già pianificate, collegate alla rete ad alta tensione e alla fibra, dove un impianto non richiederebbe nuovo consumo di suolo agricolo. E soprattutto un data center potrebbe inserirsi in una strategia di sviluppo locale costruita attorno alla geotermia, invece di restare un corpo estraneo calato dall’alto.
È, in fondo, la risposta concreta a ciò che chiedono i comitati: pianificazione, trasparenza, valutazione degli impatti, partecipazione. Un piano nazionale serio dovrebbe partire da qui, distinguendo i luoghi dove un data center pesa sul territorio da quelli dove può diventare leva di sviluppo per un’area interna, con investimenti e lavoro qualificato là dove ce n’è più bisogno. La frase scelta dalla Rete, secondo cui la trasformazione digitale deve servire la società e non il contrario, è condivisibile. Servire la società, però, significa anche governare le scelte con regole chiare e decidere dove l’innovazione può restituire ai territori più di quanto prende.





