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23 Gennaio 2026In poche parole:
questa riforma cambia il senso della legge sullo stupro da “serve il consenso” a “serve il dissenso”.
Il testo approvato all’unanimità alla Camera voleva dire una cosa semplice e in linea con la Convenzione di Istanbul:
un rapporto sessuale è lecito solo se c’è consenso libero e attuale.
La nuova proposta, riscritta al Senato dalla relatrice Giulia Bongiorno, fa l’opposto:
non si chiede più se c’era consenso, ma se la vittima è riuscita a manifestare un dissenso. Se non ha potuto farlo (per sorpresa, paura, blocco), il reato c’è; altrimenti diventa più difficile dimostrarlo.
In più, la maggioranza introduce due tipi di stupro:
uno “più grave” (con violenza o minaccia) e uno “meno grave”, abbassando le pene per molte situazioni reali di violenza.
Per le opposizioni e i centri antiviolenza è un arretramento:
– contraddice il diritto internazionale,
– ignora la giurisprudenza che già parla di consenso,
– rischia di scaricare ancora una volta il peso della prova sulla vittima.
Per questo Laura Boldrini, sindacati e associazioni parlano di “tradimento” politico e di una legge che, invece di proteggere meglio, complica e indebolisce la tutela delle donne.
«Un passo indietro» La relatrice del provvedimento al Senato, l’avvocata Bongiorno, presenta un testo che introduce invece il concetto di «dissenso»
Una legge sul consenso senza consenso. Di più: il «consenso» sparisce e al suo posto appare l’opposto, il «dissenso». Sembra un gioco di parole, ma non lo è. È invece la proposta di riformulazione del ddl Stupri avanzata dall’avvocata leghista Giulia Bongiorno, relatrice al Senato del testo che era già stato approvato all’unanimità dalla Camera, in prima lettura. Un atto «irricevibile, una cosa inaccettabile, un iter così non si era mai visto prima», s’indigna la deputata Pd Laura Boldrini, firmataria del primo progetto di legge che introduceva il concetto di «consenso» nella fattispecie del reato di violenza sessuale previsto nell’articolo 609-bis c.p.. Un provvedimento che aveva lo scopo, ricorda Boldrini, «di applicare la Convenzione di Istanbul ratificata nel 2013 e mettere l’Italia al passo con gli altri Paesi europei».
E INVECE la famosa stretta di mano di novembre tra Giorgia Meloni e Elly Schlein a suggello di un patto politico «contro la violenza maschile» è una foto già sbiadita. Anzi, sembra frutto dell’intelligenza artificiale. La maggioranza fa marcia indietro e s’inventa una doppia fattispecie di reato, affiancando all’attuale stupro «commesso tramite violenza o minaccia» (dai 6 ai 12 anni di carcere) un’altra forma di violenza sessuale reputata meno grave, punita con la reclusione da 4 a 10 anni.
«LA VOLONTÀ contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso – si legge nella proposta di riformulazione leghista – L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». In sostanza, si è passati dal «consenso libero e attuale» (formulazione che aveva sollevato dubbi tecnico giuridici anche a sinistra) introdotto nel testo approvato all’unanimità alla Camera, al «consenso riconoscibile» (proposta personale anticipata qualche settimana fa dalla senatrice Bongiorno che spergiurava sulla centralità dell’approvazione esplicita all’atto sessuale), per arrivare infine quasi ad un capovolgimento del concetto stesso.
IL TESTO che nomina il «dissenso» e non più il «consenso», nelle intenzioni della destra dovrebbe arrivare in Aula al Senato (per poi tornare alla Camera, in caso di approvazione) il 10 febbraio. Ma le opposizioni, dentro e fuori il Parlamento, si dicono inorridite davanti al «tradimento» del patto politico e alla «presa in giro imbarazzante» del Parlamento.
LA SENATRICE Bongiorno, difesa da tutta la maggioranza compresa Fd’I, in una nota si difende teorizzando di aver voluto tutelare la vittima «a 360 gradi», in quanto alla «norma vigente che condiziona la punibilità a positive condotte di violenza, minaccia o abuso di autorità da parte dell’autore del reato» è stata aggiunta un’altra norma che «punisce la violenza sessuale anche quando la persona si è trovata nell’impossibilità di esprimere consenso o dissenso perché è stata colta di sorpresa o non ha potuto reagire, paralizzata dalla paura o dall’imbarazzo». Mentre, spiega l’avvocata leghista, il testo approvato alla Camera «rischiava di parificare tutte le situazioni e, gravando l’imputato di oneri di documentazione del preventivo e dettagliato consenso della vittima, qualcuno pensava introducesse una inversione dell’onere della prova».
UNA TESI che non trova l’approvazione «di tutte le forze politiche» auspicato dalla presidente della commissione Giustizia dove il ddl è incardinato. L’aria invece si è fatta piuttosto pesante. Per la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione, la nuova formulazione «è un gravissimo arretramento» non solo rispetto alla convenzioni internazionali ma perfino a «sentenze della Corte di Cassazione che parlano di “consenso libero e attuale”».
«Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil – avvisa Ghiglione – preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza». Stessa posizione espressa da vari esponenti del Pd, di Avs e del M5S. «Come ha fatto Giulia Bongiorno, avvocata di vittime di violenza sessuale, a voltare le spalle alle donne in questo modo? Valgono più gli ordini di scuderia, le opinioni delle penne più sessiste del giornalismo italiano, che il diritto delle vittime a essere credute e tutelate?», insiste Boldrini. Mentre le associazioni di donne contro la violenza come D.i.Re o Differenza donna parlano di «clamoroso passo indietro anche rispetto alla legge vigente».





