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21 Ottobre 2026Decreto cortei, il governo introduce il reato di partecipazione violenta ma il Quirinale ferma i poteri di polizia ai militari
Dopo le devastazioni di Milano, il Consiglio dei ministri ha varato martedì un decreto che cambia in modo significativo il rapporto tra Stato e piazza. Il cuore è un reato nuovo, la partecipazione violenta a una manifestazione: chi durante un corteo si unisce a un gruppo di almeno cinque persone e lancia pietre, petardi o usa bastoni rischia da due a cinque anni di carcere e una multa fino a ventimila euro, con aggravanti per il volto coperto e per i ferimenti. Per chi organizza o promuove il gruppo, anche attraverso la rete, la pena sale da quattro a dodici anni. Si estende l’arresto in flagranza differita, che consente di arrestare anche a distanza di tempo sulla base delle immagini, e il fermo preventivo vale ora anche per i minorenni.
Proprio sui ragazzi il decreto compie la scelta più netta. Viene anticipata una norma già in Parlamento che presume la capacità di intendere e di volere tra i quattordici e i diciotto anni, salvo prova contraria, rovesciando il principio finora in vigore. E si afferma che chi rompe paga, e se a rompere è un minore pagano i genitori. La premier ha riassunto tutto con una formula efficace: manifestare è un diritto, devastare le città no. A Milano arrivano intanto cinquecento militari in più fino a fine anno.
Ma la notizia politica sta in ciò che nel decreto non c’è. Le bozze prevedevano di attribuire funzioni di polizia giudiziaria ai militari impiegati nell’ordine pubblico. Gli uffici del Quirinale, nelle interlocuzioni che precedono la firma di ogni decreto, hanno espresso perplessità e la norma è stata tolta. Non è un dettaglio tecnico. In una democrazia costituzionale la distinzione tra chi difende il Paese e chi indaga e arresta i cittadini è uno dei confini che segnano la differenza tra sicurezza pubblica e militarizzazione della vita civile. Il Colle ha tracciato quel confine senza clamore, con il metodo che gli è proprio.
Restano le domande sul resto del provvedimento. La presunzione di imputabilità dei quattordicenni tocca un principio che la giustizia minorile ha costruito in decenni, l’idea che un adolescente vada giudicato per ciò che è e non solo per ciò che ha fatto. Il fermo preventivo dei minori in luoghi affollati affida alle forze dell’ordine una discrezionalità ampia. E l’uso del decreto legge per creare nuovi reati, sotto la spinta di immagini televisive, conferma una tendenza a legiferare sull’onda dell’emozione che raramente produce norme durature.
Dall’altra parte c’è una realtà che non si può negare: negozi saccheggiati, biciclette portate via davanti alla folla, ragazzi che dicono di avere fame e di voler continuare. Le opposizioni chiedono di guardare alle cause, la maggioranza alle conseguenze. Il rischio è che il dibattito si fermi lì, tra chi vede solo criminalità e chi vede solo disagio. Una generazione che scende in piazza in mezza Europa contro il carovita pone una questione sociale che nessun codice penale può risolvere da solo, così come nessuna ragione sociale giustifica la devastazione. Tenere insieme le due cose è il compito della politica, e un decreto, per quanto severo, ne è solo la parte più facile.





