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L’assenza di Nicolás Maduro non ha aperto automaticamente la strada a una transizione democratica in Venezuela. Al contrario, ha prodotto un vuoto di potere che Delcy Rodríguez si è affrettata a occupare, muovendosi con abilità in uno scenario radicalmente mutato. Non più il chavismo assediato dall’Occidente, ma un chavismo che prova a riciclarsi all’interno della nuova cornice imposta da Donald Trump.
Rodríguez non si presenta come una figura di rottura, bensì come garante di continuità e stabilità. Il suo obiettivo non è smantellare il sistema costruito in vent’anni di potere bolivariano, ma renderlo compatibile con le priorità americane: controllo delle risorse, in primis il petrolio, e neutralizzazione del Venezuela come fattore di instabilità regionale. È un pragmatismo freddo, che rinuncia alla retorica antimperialista per sopravvivere nell’ordine trumpiano.
La versione di Maduro, che dagli Stati Uniti si proclama rapito e innocente, suona più come un atto di autodifesa simbolica che come una reale strategia politica. Intorno alla sua figura si addensa una narrazione da tragedia shakespeariana, alimentata anche dalla rappresentazione feroce della moglie Cilia Flores, dipinta dalla stampa conservatrice americana come una “Lady Macbeth latina”. È il segno che il ciclo politico di Maduro si è chiuso non solo nei fatti, ma anche nell’immaginario internazionale.
Nel frattempo, l’opposizione venezuelana appare spiazzata. María Corina Machado rivela di non avere più contatti con Trump da mesi, mentre i principali gruppi antichavisti cercano di ridefinire le proprie mosse dopo essere stati marginalizzati da Washington. La liberazione dei quattordici giornalisti arrestati durante l’insediamento della nuova Assemblea Nazionale è un segnale ambiguo: un gesto di distensione che non modifica i rapporti di forza, ma serve a legittimare il nuovo corso.
Il Venezuela diventa così un caso di studio della possibile “dottrina Trump”: una politica estera transazionale, priva di interesse per i processi democratici in sé, ma attentissima agli equilibri economici e strategici. Lo stesso schema si ripete altrove. L’Unione Europea continua a scommettere su una transizione democratica venezuelana, mentre Trump guarda apertamente alle riserve energetiche. La frattura tra Europa e Stati Uniti non è ideologica, ma di metodo e priorità.
Sul piano globale, i segnali sono convergenti. L’alleanza atlantica scricchiola, con l’allarme lanciato sulla possibile fine della NATO in caso di azioni unilaterali americane. In Medio Oriente, l’Iran attraversa una fase di estrema vulnerabilità, sotto la pressione combinata di proteste interne e avvertimenti statunitensi. In Asia, la Cina di Xi Jinping consolida i rapporti regionali, dialogando con la Corea del Sud in un contesto di crescente competizione globale.
Dentro questo quadro, Delcy Rodríguez non è un’anomalia, ma una figura perfettamente coerente. Il suo potere non nasce da una legittimazione democratica, né da un colpo di mano, ma dalla capacità di adattarsi a un mondo in cui la sovranità vale meno dell’utilità geopolitica. Il Venezuela, ancora una volta, non sceglie: viene scelto. E questa volta non come simbolo ideologico, ma come ingranaggio di un ordine internazionale sempre più spregiudicato e sempre meno interessato alla democrazia come valore universale.





