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31 Gennaio 2026Derrida corpo a corpo con Heidegger: la genesi di una decostruzione
Una recensione di Vito Campobasso riporta all’attenzione un testo fondamentale per comprendere la genealogia del pensiero derridiano: il corso tenuto da Jacques Derrida all’ENS-ULM tra novembre 1964 e marzo 1965, dedicato a “Heidegger: la questione dell’Essere e la Storia”. Pubblicato in italiano da Jaca Book nel 2019, il volume offre uno sguardo privilegiato sul giovane Derrida – appena trentacinquenne – alle prese con il corpus heideggeriano.
La battaglia della traduzione
Il contesto è quello di un’aspra polemica sulla traduzione dei testi di Heidegger in Francia. Nel 1965 Sein und Zeit era disponibile solo in parte e con traduzioni poco rigorose. Derrida coglie l’occasione per intervenire nel dibattito, ri-traducendo direttamente dall’originale tedesco i passaggi chiave, attento a preservare la specificità rivoluzionaria della scrittura heideggeriana. Non si tratta di mera pedanteria filologica: per Derrida la traduzione è questione di pensiero, dove significante e significato, insieme alla loro genealogia, devono mantenere viva l’unicità del gesto filosofico.
Tra le tre “H”
Il lavoro di Derrida si posiziona strategicamente “tra” (zwischen) Heidegger e i suoi predecessori: Husserl e Hegel. Il giovane filosofo francese si muove “ai margini” dell’interpretazione heideggeriana, permettendo di comprendere come ciascuno dei tre pensatori abbia interrogato la questione dell’Essere e della Storia a partire dalla propria concezione della temporalità.
La domanda centrale che attraversa le lezioni è radicale: Heidegger ha davvero compreso i suoi predecessori o ha operato un “decisivo fraintendimento” per compiere un gesto di rottura? E questo gesto ha prodotto una vera apertura (Offenheit)?
I germi della decostruzione
Ciò che rende prezioso questo corso è la presenza, ancora in forma embrionale, dei temi che Derrida svilupperà nei decenni successivi: la différance, il problema della presenza, la questione del dono, la corporeità, l’animalità. Qui già si intravede la strategia derridiana: usare il pensiero della differenza di Heidegger contro il pensiero del primato dello stesso Heidegger.
Emerge la tensione fondamentale: c’è un Heidegger pensatore della differenza e un Heidegger pensatore del primato – dell’uno, dell’identità, dell’ein Geschlecht (una stirpe/razza/sesso). Svelare questa ambiguità nel senso di Pharmakon – veleno e cura insieme – sarà il compito della decostruzione matura.
La Destruktion che non distrugge
Derrida si concentra sul significato della Destruktion heideggeriana: non è Aufhebung dialettica, non è semplice epochè fenomenologica. È il tentativo di de-nascondere le tracce dell’Essere nella Storia della metafisica, intesa come Storia dell’oblio della questione dell’Essere. Non si tratta di pensare niente di nuovo, ma di ri-pensare ciò che appare ovvio per svelare le tracce nascoste della dimenticanza.
Un testo necessario
La cura editoriale del volume – con le 16 pagine a colori dei manoscritti originali, le correzioni di Geoffrey Bennington sulla versione inglese, le note meticolose – restituisce la fluidità della scrittura derridiana. Il testo si rivela essenziale non solo per gli studiosi di Derrida, ma per chiunque voglia comprendere la posta in gioco del progetto heideggeriano di Destruktion della metafisica.
Campobasso conclude ricordando l’invito fondamentale della filosofia di Heidegger: sottoporre alla decostruzione soprattutto ciò che viene presentato come ovvio e di poco conto (Gering). Un invito che Derrida, in queste lezioni giovanili, già raccoglie con la precisione chirurgica che caratterizzerà tutta la sua opera successiva.





