
Le onde d’urto del Venezuela
9 Gennaio 2026
L’Afrique entre pétrole, politique, technologie e tensioni internazionali
9 Gennaio 2026Dopo Caracas, Teheran? Il Medio Oriente tra crepe del potere e richieste di cambiamento
La caduta di consenso dei regimi personalistici non segue mai una traiettoria lineare. Accade piuttosto per accumulo di fratture, per stanchezza sociale, per un’improvvisa convergenza tra crisi economica e perdita di legittimità politica. È per questo che, mentre l’attenzione internazionale registra gli scossoni che hanno investito il potere di Nicolás Maduro, lo sguardo si sposta verso Teheran, dove la pressione dal basso torna a farsi sentire contro l’apparato guidato da Ali Khamenei.
In Iran, le proteste non hanno un’unica voce né un’unica leadership. Sono attraversate da domande elementari e radicali insieme: dignità, libertà, futuro. Non slogan ideologici, ma una richiesta di cambiamento che nasce dall’esperienza quotidiana di una società giovane, istruita e compressa tra sanzioni, repressione e immobilismo politico. La forza di queste mobilitazioni sta proprio nella loro natura diffusa: non chiedono la sostituzione di un volto, ma la revisione di un sistema che appare incapace di rispondere alle aspirazioni collettive. È una sfida che Iran conosce bene: ogni ciclo di protesta lascia tracce, sedimenta consapevolezze, indebolisce il mito dell’immutabilità del potere.
Questo movimento tellurico si inserisce in un quadro regionale attraversato da tensioni irrisolte. Il messaggio che Israele invia al Libano è chiaro: la semplice delimitazione militare a sud del Litani non basta a neutralizzare il rischio di un conflitto più ampio. La deterrenza resta fragile, perché alimentata da un equilibrio instabile di milizie, eserciti regolari e attori esterni. In parallelo, a Damasco l’offensiva contro le forze curde mira a chiudere una partita rimasta aperta dalla guerra siriana, mentre lo Yemen continua a dimostrare come nessun attore possa governare da solo senza produrre ulteriore frammentazione.
Il Libano, intanto, resta sospeso in una zona grigia istituzionale. Le incomprensioni attorno al ruolo dell’esercito e del suo vertice rivelano un malinteso più profondo: l’assenza di un patto politico condiviso che definisca sovranità, sicurezza e responsabilità. Non è un caso che, in questo contesto, si torni a parlare di monopolio delle armi come di una promessa rinviata, sempre annunciata e mai davvero realizzata.
In mezzo a questo scenario segnato da conflitti e paralisi, emergono segnali simbolici che cercano di riaprire uno spazio di senso. La visita di Papa Leone XIV in Libano, con il suo richiamo a pace e speranza, si colloca su questo piano: non risolve le crisi, ma ricorda che il linguaggio della riconciliazione resta necessario, soprattutto dove la politica sembra aver smarrito le parole.
Il filo che lega Caracas a Teheran, Beirut a Sanaa, non è la caduta imminente dei regimi, ma la crescente difficoltà del potere a presentarsi come destino inevitabile. Le società cambiano prima delle istituzioni, e quando il divario diventa troppo ampio, anche i sistemi più rigidi iniziano a mostrare crepe. La domanda, allora, non è se il cambiamento arriverà, ma con quali costi e attraverso quali passaggi. In Iran come altrove, la storia non è mai scritta una volta per tutte.





