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Sfogliando i giornali di Siena sembra di assistere a un numero di magia riuscito male. Puff. Arrivano gli sconti e, in un colpo solo, spariscono i mirabolanti successi delle feste. Irama svanito. Valeria Marini evaporata. Samira Lui sparita. Applausi registrati, sipario giù.
Di tutto quel trionfalismo resta una cosa sola: il conto. Salato, ovviamente. Perché la bolla era bellissima, colorata, piena d’aria calda e comunicati entusiasti. Ma pur sempre una bolla di sapone. Cara, anzi carissima. E come tutte le bolle, è scoppiata al primo cambio di stagione.
Nel deserto post-evento, mentre si smontano luci e slogan, resta una sola figura a presidiare il campo: la Bondi, eroicamente sola, a difendere la Fortezza Bastiani. Una scena quasi epica, o forse solo malinconica: la fortezza da una parte, i problemi dall’altra, e in mezzo il silenzio. Più che una strategia, una guardia notturna.
Ed è qui che il quadro diventa fin troppo familiare. Perché il giorno dopo assomiglia terribilmente a I vitelloni di Federico Fellini. Non la festa, ma il dopo. La scena muta, i coriandoli per terra, l’aria stanca. Quella tristezza sottile e un po’ vigliacca che Alberto Sordi porta addosso come una condanna: tutto è finito e nulla è cominciato.
La festa, come sempre, serviva solo a rimandare. A fingere movimento dove c’è immobilità, vitalità dove c’è stanchezza. Si ride, si fa rumore, si occupa la scena per non decidere. Poi arriva il mattino e resta la provincia con i suoi vuoti: cultura senza progetto, spazi senza visione, risorse che evaporano più in fretta degli ospiti illustri. Lavoro che manca, giovani che se ne vanno, identità ridotta a format intercambiabili.
I nomi famosi ripartono, la musica si spegne, la narrazione evapora. Siena resta. Con i problemi pesanti, intatti, indifferenti agli applausi. E con quella sensazione imbarazzante di aver scambiato ancora una volta l’evento per un progetto, la festa per un’idea di città.





