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Dopo la Conferenza di Yalta il mondo fu organizzato secondo un ordine semplice e brutale: due blocchi, confini chiari, sfere di influenza riconosciute. Oggi non esiste nulla di simile. Non perché il mondo sia più pacifico, ma perché nessuna potenza è abbastanza forte da imporre una nuova Yalta. La spartizione attuale è reale, ma disordinata, mobile, spesso violenta.
Gli Stati Uniti restano il principale attore militare e tecnologico. Tuttavia non esercitano più un’egemonia globale. Guidano un campo occidentale fondato su alleanze, dollaro, capacità militari e dominio tecnologico, ma non riescono più a trasformare la forza in ordine. L’America difende posizioni, più che disegnare il futuro.
La Cina è il vero polo alternativo. Non propone un modello universale, ma costruisce potere attraverso infrastrutture, credito, commercio, controllo delle filiere produttive e dei dati. Non chiede adesione ideologica, ma dipendenza funzionale. È una potenza che cresce senza proclamarsi guida morale del mondo.
La Russia non è più una superpotenza globale, ma resta decisiva come forza di destabilizzazione. Usa guerra, energia e disinformazione per impedire che emerga un ordine stabile che la escluda. Il suo ruolo non è fondativo, ma distruttivo: rompere equilibri, non crearli.
L’Unione Europea è il grande paradosso geopolitico: enorme peso economico, scarsa sovranità strategica. È parte dell’Occidente, ma non ne è il motore. Più che un polo, è uno spazio conteso, chiamato a scegliere se diventare soggetto politico o restare area di regolazione e consumo.
Intorno a questi centri si muove un mondo che rifiuta le vecchie etichette. India, Turchia, Iran, Brasile, i paesi del Golfo e molte nazioni africane praticano un non-allineamento pragmatico. Non scelgono un campo: contrattano. È la geopolitica del vantaggio immediato, non dell’appartenenza.
A tutto questo si aggiunge una dimensione assente nel 1945. La nuova spartizione non passa solo dai territori, ma dal controllo di energia, dati, tecnologia, finanza, rotte marittime, spazio e cybersicurezza. Le Big Tech, i mercati finanziari e le infrastrutture critiche contano quanto, e talvolta più, degli Stati.
La conclusione è semplice e inquietante. Dopo Yalta c’era un ordine rigido ma prevedibile. Oggi viviamo in un mondo senza conferenza e senza regole condivise, dove la spartizione avviene per attrito continuo. Non è un nuovo equilibrio: è una transizione permanente. Ed è proprio questa assenza di un patto globale a rendere il presente più instabile di quello uscito dalla Seconda guerra mondiale.





