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7 Marzo 2026
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7 Marzo 2026Il prezzo del gas «Chiuderemo in pochi giorni e il petrolio andrà a 150 dollari», dice il Qatar. Ora supera i 90 dollari e il mondo sente già lo choc
L’allarme arriva dal Qatar. Il ministro dell’Energia Saad al Kaabi avverte che la guerra in Medio Oriente rischia di provocare uno shock globale: «Farà crollare le economie mondiali», dice al Financial Times.
Secondo al Kaabi, l’attacco con droni iraniani che ha colpito l’impianto di Gnl di Ras Laffan – il più grande del mondo – ha già costretto il paese a dichiarare la «forza maggiore» sulle forniture (vuol dire: impossibile rispettare gli impegni contrattuali). E anche se il conflitto terminasse subito, la normalità non tornerebbe rapidamente: «Ci vorranno settimane o mesi per ripristinare un ciclo di consegne regolare».
Non solo. Se le ostilità proseguiranno, sarà tutto il sistema energetico del Golfo a fermarsi. «L’aspettativa è che tutti gli esportatori della regione possano dichiarare ‘forza maggiore’ nei prossimi giorni», è la sua conclusione.
IL NODO è lo stretto di Hormuz, passaggio obbligato per circa un quarto del petrolio e del gas mondiale. Il traffico è già quasi paralizzato: dalle 128 navi al giorno si è scesi a poche unità nelle ultime 24 ore. «Nel giro di due o tre settimane il petrolio potrebbe arrivare a 150 dollari al barile», prevede quindi Kaabi. Dopo la pubblicazione dell’intervista il Brent è salito fino a 94 dollari al barile, massimo dall’inizio del conflitto (il greggio Wti è a 92 dollari). Anche il gas europeo è tornato a correre (53 euro). E nel Golfo, il benchmark emiratino Murban – il greggio di riferimento per l’Asia – ha sfiorato i 100 dollari, partendo dai circa 72 di pochi giorni prima.
IL CLIMA di emergenza è tale che Washington è costretta a misure contraddittorie. Il Dipartimento del Tesoro ha concesso una deroga temporanea di 30 giorni alle raffinerie dell’India per consentire l’acquisto di petrolio russo bloccato in mare. Un autentico paradosso: le sanzioni contro Mosca restano in vigore, tranne quando il mercato ha bisogno del suo petrolio.
Le conseguenze della crisi sono comunque già visibili alle pompe. In Europa i prezzi sono saliti anche di 10 centesimi in una notte. In Francia e Germania la benzina ha superato i 2,20 euro al litro in molte stazioni urbane. Il diesel sfiora i 2 euro anche nei paesi storicamente più economici.
In Italia la benzina self service è arrivata a una media di circa 1,74 euro al litro, ma in autostrada il servito supera i 2,10 euro. Il gasolio ha toccato livelli che non si vedevano dall’autunno 2023, con punte fino a 2,60 euro al litro nelle grandi città.
SECONDO le associazioni dei consumatori e dei gestori del settore, oltre alla tensione sui mercati energetici starebbero pesando anche fenomeni speculativi lungo la filiera. L’associazione dei consumatori Adoc parla di «speculazioni» da parte dei petrolieri. Anche Assotir ha chiesto al ministro dei trasporti Salvini interventi per contenere lo shock, a partire proprio dai «fenomeni speculativi segnalati da varie parti d’Italia».
Perfino negli Stati Uniti – che di petrolio sono diventati esportatori netti – la tensione si sente. Secondo i dati dell’American Automobile Association il prezzo medio della benzina è salito a 3,32 dollari al gallone, l’11% in più rispetto alla settimana precedente. Il livello più alto dall’estate del 2024. Trump, com’è nel suo solito, minimizza: «Non mi preoccupa affatto». Ma il co-governatore della Fed Christopher Waller avverte che «assisteremo a un’impennata dei prezzi della benzina, ed è quello che i cittadini noteranno immediatamente». Negli Usa il carburante è un indicatore politico sensibile, nel 1980 contribuì alla sconfitta di Jimmy Carter contro Reagan. E oggi il quadro economico nordamericano è già fragile. A febbraio sono stati persi 92mila posti di lavoro, la disoccupazione è salita al 4,4% e il pil ha rallentato bruscamente: 1,4% annuo nell’ultimo trimestre 2025, contro il 4,4% del trimestre precedente.
TORNIAMO al punto. Col petrolio a 150 dollari, l’economia mondiale andrebbe subito in affanno. L’energia entrerebbe immediatamente nei prezzi di trasporti, merci e cibo, alimentando una nuova ondata inflattiva. Le catene di approvvigionamento si contrarrebbero e molte filiere diventerebbero insostenibili, con ritorno quasi certo della recessione. L’Europa è tra le aree più esposte. Il rischio è una combinazione di inflazione e crescita negativa. Per l’industria manifatturiera – chimica, acciaio, ceramica, automotive – perdita di competitività e possibili chiusure.
E IN ITALIA? I margini già sottili delle piccole e medie imprese energivore potrebbero azzerarsi. A rendere però il quadro ancora più cupo c’è il fatto che l’Italia parte da una dinamica salariale già compromessa: secondo l’Ocse i salari reali sono diminuiti del 7,5% dal 2021, mentre l’Ilo rileva un calo dell’8,7% rispetto al 2008, il peggior dato del G20.
Un’erosione del potere d’acquisto strutturale, quindi, che rischia di amplificare l’impatto di qualsiasi shock energetico.
Purtroppo siamo solo all’inizio.




