La guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran si prolunga e si complica. La pur limitata capacità reattiva delle forze armate iraniane si sta ora indirizzando verso alcuni impianti petroliferi nei paesi arabi vicini, accusati di complicità con gli attaccanti israelo-americani, per diffondere il dubbio nel resto del mondo che l’energia possa scarseggiare a lungo. Il mercato internazionale delle fonti di energia sta reagendo sempre più istericamente, il prezzo della qualità Brent del petrolio ha di parecchio superato i 100 dollari a barile, quello europeo del gas (TTF) i 60 euro per MWh. L’agibilità dello Stretto di Hormutz, da cui passa una gran quantità di petrolio e gas liquefatto diretti a tutto il mondo, è incerta, visioni ottimistiche e pessimistiche si alternano freneticamente.
Di nuovo torniamo a preoccuparci, prosaicamente, delle conseguenze di tutto questo per l’economia italiana, volutamente trascurando il tributo di sangue che ogni guerra impone e i gravi rischi per gli equilibri internazionali. Valutiamo che cosa può succedere alle nostre imprese. Esse hanno una speciale debolezza sul terreno energetico. Le imprese funzionano a elettricità, e il prezzo che quelle italiane pagano ai distributori per l’elettricità consumata è da tempo il più alto d’Europa: secondo dati Eurostat relativi al primo semestre dello scorso anno, 120-125 euro per MWh contro i 95 della Germania, i 70-75 della Francia, i 65 della Spagna. Perché è così alto? Per tre motivi.
Il secondo motivo è che la parte di elettricità direttamente importata (il 15% del totale di quella consumata) viene acquistata a quotazioni maggiorate: l’Italia è in una zona di prezzo separata, avendo prezzi strutturalmente più alti.
Il terzo motivo è fiscale: da noi gli acquisti di energia sono notoriamente gravati da imposte e tasse elevate. Questo è particolarmente vero per i consumatori, ce ne accorgiamo quando paghiamo le bollette per casa o la benzina per l’auto. Per le imprese è meno vero, ma sussiste comunque un differenziale rispetto alle imprese di altri Paesi europei, dovuto agli oneri di rete e di struttura. Lo svantaggio competitivo per le nostre aziende determinato dai maggiori costi energetici rischia dunque di essere ulteriormente aggravato dalle perturbazioni che stanno colpendo la produzione e gli scambi internazionali di energia a causa del conflitto in Medio Oriente. Quello svantaggio discendeva da scelte antiche: la rinuncia alla produzione di energia nucleare, la decisione di puntare sul gas, la timidezza con cui si è avanzati verso un aumento della produzione di energie rinnovabili. Scelte dovute in pari misura alla politica e alla società. Correggere le tendenze originate da quelle scelte è operazione di lunga lena, ammesso che si abbia la voglia e la determinazione per farlo. Intanto, le imprese andranno almeno in parte compensate con sussidi pubblici di emergenza.
Anche i consumatori, in particolare tutti coloro che percepiscono redditi fissi, rischiano di prendere un brutta botta. Secondo dati di Oxford Analytics ripresi dal Financial Times, l’inflazione al consumo in Italia alla fine di quest’anno potrebbe essere di oltre un punto più alta rispetto alle previsioni precedenti i rialzi dei prezzi internazionali dell’energia di questi giorni. L’effetto sarebbe di gran lunga il maggiore del mondo avanzato. Per temperarlo, si può studiare una rimodulazione delle accise e delle imposte indirette che gravano sui prodotti energetici. Il peso che l’erario impone su quei prodotti è parte importante delle entrate pubbliche italiane, si capisce che ridurlo sia pure marginalmente sia molto doloroso per chi deve combattere giornalmente con l’esigenza di far quadrare i conti pubblici, ma ci sono eventi che lo possono giustificare.
Più in generale, gli avvenimenti di queste settimane, di questi giorni, di queste ore, certo non facilitano lo sforzo di aggiustamento strutturale della nostra economia. L’Italia è in bilico fra l’inserimento definitivo nel novero delle economie dinamiche e innovative e lo scivolamento all’indietro verso la palude delle economie che vanno a rimorchio. È un bivio che somiglia a quello di fronte a cui l’intero paese si trova, fra l’essere una media potenza rispettata o un paese di media grandezza ma debole e inascoltato. Dobbiamo tutti scegliere se dolosamente impegnarci per il primo esito o serenamente abbandonarci al secondo.







