
L’Europa e l’Italia davanti alla crisi del Golfo: la politica del silenzio
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9 Aprile 2026Vedo nero Dalla guerra dell’amico americano Trump in Iran al patto di stabilità europeo: l’agenda del rilancio di Meloni
Fare passare per un successo i fiaschi economici e le impuntature ideologiche. Con questa determinazione Giorgia Meloni si presenterà stamattina alle Camere per illustrare la «fase due» di un governo logorato. Grazie alla guerra in Iran dell’«amico americano» Trump l’esecutivo farà i conti con una crescita più bassa (tra 0,3 e 0,4%% del Pil); un deficit superiore al 3%; il costo dei carburanti che resta alto.
IL TAGLIO DELLE ACCISE è stato un fallimento. È costato un miliardo per poco più di un mese ed è stato finanziato dai tagli ai ministeri, compreso quello della salute, e dagli investimenti in energie rinnovabili. Com’era prevedibile, il taglio è stato inefficace. Il prezzo medio del diesel si è mantenuto oltre i 2 euro al litro, più basso quello della benzina intorno a 1,8 al litro. Lo sconto del governo è stato mangiato dall’impennata dei prezzi energetici, destinata a crescere se i contraccolpi della guerra in Iran dureranno a lungo.
ENTRO IL PRIMO MAGGIO, giorno della scadenza del secondo decreto anti-rincari, i prezzi dovranno scendere. Non sono previsti, al momento, altri interventi. Non resta che accendere un cero alle multinazionali. Ieri il vicepremier Salvini e il ministro delle imprese Urso hanno detto: «Visto il calo del costo del petrolio, ci aspettiamo un altrettanto rapido calo della benzina». Sono in pochi a parlare dei profitti realizzati nei 40 giorni di guerra. Il governo, insieme ad altri quattro, si è limitato a scrivere alla Commissione Ue chiedendo di tassare gli extraprofitti.
SI PROCEDE A VISTA lasciando al vicepremier Salvini lo spazio per fare propaganda: «Riaprire al gas russo una volta che finirà il conflitto contro l’Ucraina» ha ribadito ieri. Eventualità, di nuovo, sconfessata dal vicepresidente della Commissione Europea Stéphane Séjourné, ieri audito nelle commissioni congiunte di Camera e Senato. Le forniture dalla Russia finiranno, ma per il momento l’Europa ha solo cambiato dipendenza e spera che il gas naturale liquefatto torni a scorrere dal Qatar e dagli Stati Uniti dove fanno affari gli amici di Trump. Séjourné ha auspicato il rilancio del nucleare che Bruxelles coniuga con il rafforzamento delle energie rinnovabili. Il nucleare ha uno spazio speciale nel cuore di Meloni & Co. Le rinnovabili, invece, sono viste con il fumo negli occhi. Lo dimostra la crociata contro gli Ets, pilastro del «Green Deal» europeo.
NON È ESCLUSO che l’esecutivo usi la traballante tregua nel Golfo per nascondere il problema strutturale: un «mix energetico» sbilanciato sul gas. La gita fuori porta di Meloni nei paesi del Golfo Persico ha confermato l’intenzione di proseguire sulla stessa strada. Ma questa è una delle cause per cui gli italiani pagano le bollette più alte d’Europa. L’energia elettrica costa 139 euro per Mwh, contro i 34 della Spagna, i 37 della Francia e i 92 della Germania.
QUESTIONI che non sono state affrontate nel «decreto bollette» passato ieri al Senato con la 120esima fiducia della legislatura. Il provvedimento ha ridotto a poco più della metà il bonus per le famiglie vulnerabili, da 200 a 115 euro, destinati a una platea più ristretta. Il contributo chiesto ai venditori di energia sarà su base volontaria. Il decreto, inoltre, è un manifesto ideologico del sovranismo fossile meloniano. Lo si vede nella norma che sterilizza la componente Ets dal prezzo dell’elettricità prodotta col gas e dalla proroga delle centrali a carbone fino al 2038.
CHI PAGA DI PIÙ? I lavoratori dipendenti e i pensionati ha sostenuto ieri Nicolò Giangrande della Cgil in una audizione sui decreti fisco e bollette. Il loro potere d’acquisto è diminuito per l’inflazione cumulata del 20,6% tra il 2021 e il 2025 e il «drenaggio fiscale» di 25 miliardi tra il 2022 e il 2024. Il fenomeno è tuttora in corso. Questo è il motore che ha portato, sotto il governo Meloni, a un record della pressione fiscale del 43,1%: il più alto negli ultimi dieci anni.
LA CONFUSIONE in cui si muove l’esecutivo è emersa dal tormentone del «patto di stabilità» europeo. Ieri il vicepresidente Ue Séjourné si è sentito in obbligo di dare una carezza: «La Commissione – ha detto – non farà sprofondare l’Italia sul margine di flessibilità che si può dare in caso di peggioramento della crisi. La flessibilità è stata data quando si trattava di crisi durature». Il merito resta lo stesso: Bruxelles permetterà di fare più deficit solo in caso di «recessione grave» che però non è prevedibile oggi. Il balletto è piaciuto a Salvini. Per lui il governo dovrebbe chiedere «ad ore» la sospensione del patto di stabilità dopo che il ministro leghista Giorgetti, con Meloni, l’hanno firmato nel 2023. Si lancia il sasso e si nasconde la mano. E si occultano le responsabilità del governo.
IL PROBLEMA DI MELONI è aumentare di 14,9 miliardi di euro i fondi per gli armamenti senza calcolare tale spesa nel patto di stabilità. Questa possibilità non è ancora data: il deficit è al 3,1% del Pil, non al 3% come vorrebbe Bruxelles. A Bruxelles si chiede più flessibilità per dare più soldi ai militari. Questa è l’eredità che l’esecutivo trasmette alla sua «fase due».





