Analizziamo il cambio di paradigma allora.
«Si misura su alcuni articoli della Costituzione. L’articolo 1: “Fondata sul lavoro”. Nessuno in buona fede lo può dire oggi. Il lavoro è diventato variabile dipendente dal sistema, e infatti non suscita scandalo la questione salariale. L’articolo 3, con quella formulazione di Lelio Basso: “La Repubblica rimuove gli ostacoli” per promuovere l’uguaglianza. Compito tradito da chi li mette. E infatti l’ascensore sociale si è bloccato».

Vecchia storia: la Costituzione come programma da attuare.
«La nostra è una Costituzione democratica, non liberale. Che, nel suo essere democratica, è una risposta alla crisi dello Stato liberale sfondato dai fascismi. Aggiungo l’articolo 11, sul ripudio della guerra».

Come strumento di offesa, però.

«So che c’è un sofisticato ragionamento sul secondo paragrafo. Però, oggi, se vuoi sentire una parola contro le guerre devi rivolgerti ai pontefici. La politica non è in grado di cogliere la radicalità di quel rifiuto».

La seguo nel ragionamento. Questo impianto tiene nel lungo dopoguerra. È quel che infatti Sergio Mattarella prende ad esempio.
«Vero, ma non è continuum senza strappi. Nel ciclo del centrismo, la polizia sparava sugli operai, nella più grande fabbrica italiana c’era il reparto “confino”, si praticava il licenziamento di rappresaglia e la schedatura dei lavoratori. Allora la Costituzione è stata lo scudo con cui le sinistre hanno provato a difendere l’esercizio del conflitto e la democrazia. Col centrosinistra diventa di tutti e si apre un ciclo di riforme fino alla svolta regressiva che oggi trova il suo compimento».

Dice Mattarella: “Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”.
«Dipende. Siamo di fronte a una sua crisi conclamata, nel mondo e in Italia: al governo forze estranee al patto costituzionale, il Parlamento svuotato, il conflitto sociale trasformato da ricchezza in patologia, le istituzioni immunizzate dalla dialettica sociale, per cui si alimenta la pulsione populista del mondo di sotto».

Quando si consuma il tradimento?
«Dopo il primo glorioso trentennio. Si consuma, in parallelo, su un doppio terreno. Su quello istituzionale viene meno la centralità del Parlamento, come luogo deputato al funzionamento della democrazia. Il baricentro si sposta progressivamente prima sul governo e, da ultimo, sull’uomo solo al comando. E poi c’è il terreno sociale, dove si compie la ristrutturazione capitalista. Non a caso dopo gli anni Settanta».

Perché “non a caso”?
«Perché lì c’è il punto massimo di adesione al dettato costituzionale con una straordinaria stagione di riforme: Statuto dei lavoratori, divorzio, nuovo diritto di famiglia, aborto, servizio sanitario nazionale, abolizione dei manicomi. Il sistema, impaurito dal cambiamento, risponde con la spirale “stragi di Stato-terrorismo”. La democrazia è più forte sul terreno della difesa delle istituzioni».

Però con la morte di Moro, politicamente finisce la Repubblica.
«Perché è colpito al cuore l’ultimo grande disegno nel solco della Costituzione, ma è sul terreno sociale la vera ristrutturazione. Diceva Antonio Gramsci: “O passiamo noi, con la trasformazione della società o la vendetta sarà inenarrabile”. Dopo gli anni Settanta, non c’è il fascismo ma la Thatcher che piega i minatori, Reagan i controllori di volo, dai noi la marcia dei 40 mila e il referendum sulla scala mobile».

Cioè, lei dice: la democrazia regge contro gli ostacoli esterni, però si minano le sue fondamenta.
«Esce progressivamente di scena la triade su cui si era retta la Repubblica: primato della politica, democrazia progressiva, sinistra in grado di generare conflitto. E la vendetta sul Sessantotto arriva a compimento oggi con la nuova destra nell’era del tecno-capitalismo feudale e del sovranismo ideologico».

Il grande merito del Pci?
«Con qualche civetteria Togliatti parlava del Pci come di una “giraffa”, col corpo in Italia e la testa nel comunismo. Io penso che quella “doppiezza” sia stata il suo punto di forza. Non difendo l’Urss, con ogni evidenza. Ma l’aver fatto vivere, nell’ambito di un’adesione totale alla Costituzione, l’orizzonte di una fuoriuscita dal capitalismo è stata la sua fecondità».

Penso invece che quell’Italia degli anni Settanta avrebbe voluto un’alternanza, resa impossibile da quel legame.
«Non avrebbe avuto nessuna possibilità di sfociare in un governo. In Italia sarebbe stata una cosa blasfema. E se invece fosse stata proprio l’impossibilità di accedere al governo a rafforzare il suo radicamento popolare? Quel radicamento è stato l’argine alle stragi di Stato e al terrorismo, valso più di mille governi. Radicamento che finisce col funerale di Berlinguer. Quello è il funerale del Pci».

Col senno di oggi, sarebbe ancora contrario alla “svolta” oppure si è convinto che, grazie ad essa, è stato salvato il meglio di quella tradizione?
«Resto convinto che, assieme all’acqua sporca (l’Urss) si sia buttato pure il bambino, ovvero la critica al capitalismo e l’idea di una società altra, da costruire assieme alle culture che si affacciavano sulla scena: femminismo, ambientalismo, pacifismo. Invece ci si consegna al vincolo esterno e al primato della compatibilità sul bisogno: Che si traduce nell’ossessione della governabilità: il governo come fine e non come mezzo. E l’Europa, fondata su una moneta e non su una Costituzione».

37 anni dopo l’89 cosa c’è di fondativo nella Seconda Repubblica?
«Nulla di buono. Di fondativo c’è Silvio Berlusconi: questa Italia del populismo dall’alto è figlia sua. Un caso classico di egemonia politica e culturale. Ha plasmato il sistema politico e costruito una società che sopravvive al fondatore, come condotte, miti, modelli di riferimento e consumo, linguaggio».

Quindi, se capisco, celebrare la Repubblica, significa, per la sinistra, fare i conti con la sconfitta.
«La Repubblica oggi, come la democrazia, non ha le condizioni per essere difesa. L’obiettivo è ricostruirle entrambe. Sono logorate, incrinate, prive di forza attrattiva. Di fronte al rovesciamento, non puoi difendere, devi ricostruire. Sennò gli altri, sul rovesciamento, sfondano. È il trumpismo, bellezza! » .

Il suo caro Pietro Ingrao scrisse, sulla sua generazione: “Pensammo una torre. Scavammo nella polvere”. È rimasta solo la polvere?
«Vede che torna il tema della doppiezza? La doppiezza è la virtù delle forme di cambiamento. Solo su una delle due sei morto. Per ora, nella politica, vedo solo polvere. Sebbene prima o poi la torre tornerà, rinascendo dal basso, perché i vincitori di oggi sono portatori di un modello distruttivo, non creativo».

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