Il maranza, chi è costui? Secondo l’Accademia della Crusca, «è un ragazzo o, meno frequentemente, ragazza, che appartiene a gruppi di giovani che condividono e ostentano atteggiamenti da strada, particolari gusti musicali, capi d’abbigliamento e accessori appariscenti e un linguaggio spesso volgare». La questione è artisticamente rilevante, visto che la musica – il rap, nello specifico – fa parte della definizione stessa del maranza. Almeno oggi, perché alle orecchie di chi ha vissuto gli anni 80 italiani, la parola ricorda un mix tra certi personaggi debordanti della prima tv berlusconiana e gli sbruffoni con l’auto a motore turbo, poi evolutosi nei tamarri o truzzi, discendenti più longevi di quella prima stirpe apparsa sul suolo nazionale. Ma questa è storia, e serve a poco ricordare che già nel 1988, un Jovanotti – molto meno ascetico di oggi – ne cantasse le lodi nella canzone Il capo della banda.
Il maranza contemporaneo è il prodotto di una riconfigurazione profonda, in cui il rap ha avuto un ruolo determinante. Sul tema, un contributo particolarmente lucido arriva dal libro La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza (Agenzia X, 2025) del giornalista Gabriel Seroussi, che sostiene, tra le altre cose, che il termine non sia altro «che un’etichetta posta di fronte a un orizzonte culturale ormai molto ampio». Questa famigerata etichetta finisce per appiccicarsi addosso a giovani nordafricani, o comunque provenienti da comunità razzializzate, che vivono nelle periferie urbane, soprattutto del Nord Italia; a ragazzi che indossano tute in acetato e borselli Gucci a tracolla; a rapper che cantano con rime molto esplicite di risse, soldi facili e storie di marginalità e, infine, a piccoli delinquenti reali o presunti, che incarnano il nemico urbano: tutti radunati sotto lo stesso cappello semantico, che si regge su scelte estetiche e talvolta (non sempre) sull’origine dei genitori, più che su comportamenti concreti.
La questione è musicalmente rilevante anche perché un cosiddetto maranza, Sayf – all’anagrafe Adam Viacava, madre tunisina e padre italiano – parteciperà al 76mo Festival di Sanremo. «Credo che le persone mi associno comunque a un immaginario, passami il termine, maranza», racconta lui stesso a Seroussi. «Lo fanno perché questo è il mio background, le situazioni sono le stesse, e io non voglio assolutamente dissociarmene». Aggiunge Seroussi: «Sayf si muove in un contesto in cui gli artisti sono spesso costretti ad aderire a modelli e prototipi. Il mercato sembra infatti favorire i rapper facilmente incasellabili, uno fotocopia dell’altro». Dallo stesso mondo provengono molti nomi che hanno riempito le classifiche negli ultimi anni: Simba La Rue, Baby Gang, Artie 5ive, Helmi Sa7bi, 8blevrai, Nabi, solo per fare qualche nome. Ma rapper di seconda generazione sono stati, e sono, anche Amir Issaa, Maruego, Tommy Kuti, Mahmood e Ghali. Quest’ultimo, in particolare, ha segnato un punto di svolta nella percezione di quest’arte figlia dell’ibridazione culturale. Ghali era dunque un maranza, o un proto-maranza? Dipende dai punti di vista: quando il rapper di Baggio è arrivato al successo, di maranza ancora non si parlava. Il rapper-maranza può anche essere italiano? Sicuramente sì, se per maranza si intende il codice estetico-artistico, e non la provenienza etnica. A guardare meglio, verrebbe da dire un’altra cosa: il maranzismo non è una sottocultura violenta, ma una sottocultura estetica su cui viene proiettata una paura sociale e razziale. Ma c’è un altro lato della medaglia, che va oltre le formulazioni teoriche: per moltissimi ragazzi di periferia il rap è uno strumento di riscatto. Scrivere rime, costruire un flow, trovare un pubblico significa entrare per la prima volta nel nostro sistema di produzione culturale. Succede anche nei laboratori rap attivati in alcuni istituti penali per minorenni, dove la musica funziona insieme come elaborazione del vissuto e accesso a un circuito professionale.
Eppure, in un Paese in cui appelli come «Basta maranza!» circolano sui social, in cui decreti sulla sicurezza vengono ribattezzati informalmente “anti-maranza”, e in cui non sono mancate ronde anti-maranza organizzate da gruppi neofascisti, l’estetica di una sottocultura – di cui il rap è una delle espressioni più visibili – continua a essere spesso confusa con una minaccia sociale. Tornando alla presenza di Sayf sul palco dell’Ariston, definiamolo dunque “maranza”, anche a costo di forzare l’etichetta, perché in effetti la sua musica è piuttosto un impasto tra cantautorato di matrice genovese e melodie influenzate dai ritmi delle periferie del mondo. Ma va bene così: vedere un maranza su quel palco potrebbe costringere qualche spettatore a rinegoziare lo sguardo. Se il maranza può stare lì, con Carlo Conti e Laura Pausini, allora forse non è il mostro che si dice. Di mostruoso, al contrario, c’è lo sguardo che lo ha inventato e che mette insieme tutto, senza fare distinzioni. In ogni caso, quella parte d’Italia, multirazziale e in crescita, spesso evocata per essere respinta, è già dentro la colonna sonora del Paese.







