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1 Febbraio 2026A Torino, Galleria d’Arte Moderna, “Anger Pleasure Fear”, a cura di Cecilia Canziani Linda Fregni Nagler accumula esemplari di fotografie storiche, i cui significati nascosti sottolinea con manipolazioni: archeologia dello sguardo tesa su un abisso
Di queste emozioni culturali esibisce l’archeologia rivelatoria, in tutta la sua densità psichica, una mostra straordinaria in corso alla GAM di Torino (Anger Pleasure Fear, a cura di Cecilia Canziani, sino al 1° marzo; catalogo Quodlibet, pp. 208, ill. b.n., € 30,00). Da più di vent’anni Linda Fregni Nagler, nata a Stoccolma nel 1976, quieta e implacabile accumula e fa decantare innumerevoli immagini del primo secolo di vita della fotografia, le cui armoniche simboliche poi sottolinea con manipolazioni più o meno esibite. A darle la fama fu Hidden Mother, nel 2013 presentato da Cindy Sherman alla Biennale di Venezia (e riproposto ora alla GAM): centinaia di foto di neonati, ostesi incolpevoli all’obiettivo, tenuti in posa da madri che la convenzione non vuole incluse nell’immagine: così le si copre alla meglio con teli e tendaggi, o le si cancella con rozze postproduzioni che magari si lasciano sfuggire qualche spettrale residuo di mano (come nella famosa foto del Radek dannato dagli stalinisti).
Ovvie considerazioni psicoanalitiche a parte, in rari casi come questo trova conferma l’assunto dell’artista, per la quale ogni immagine «nasconde molto più di quanto riveli». Per Cecilia Canziani, in catalogo, le fotografie del passato ci mostrano «la storia dello sguardo»: questa la valenza non meramente erudito-collezionistica ma di archeologia sociale, e dunque politica, del lavoro «postfotografico» di Fregni Nagler (la quale non a caso menziona il precedente di Gerhard Richter).
La fascinazione ipnotica per l’«istante decisivo» del pericolo si precisa nella serie del 2014, Pour commander à l’air: foto di cronaca con persone che si sporgono da cornicioni, balzano da un tetto all’altro, esitano di fronte all’abisso che le attira. Come dice Geoff Dyer in catalogo, segnano a dito la «perpetua sospensione» del tempo propria di ogni immagine fissa, ma anche il suo «potenziale narrativo», cioè l’inconoscibile prima e dopo di ciascuna. Colpisce come tutti i personaggi siano in sostanza anonimi, «morti anche se sono sopravvissuti, o viceversa» («essere morti o essere vivi è la stessa cosa», recita la «morale» della Terra vista dalla Luna di Pasolini: con l’Assurdina di Silvana Mangano in bilico sul cornicione del Colosseo). In questa sospensione della personalità si ritrova la stessa artista, la quale confessa la sua fantasia di «non esserci».
Anonime cellule del mistico Männerbund dell’educazione marziale germanica sono pure gli effigiati nell’ultimo, sconvolgente lavoro di Fregni Nagler. Tutto comincia con un album fotografico datato 1913, dalla semplice scritta Vater stampigliata in copertina, s’immagina, dal figlio di uno dei soggetti ritratti. L’artista se lo procura in rete per pochi euro, e al suo interno trova raccolti decine di documenti del rito della «Mensur». Questa tradizione plurisecolare risponde bene al paradigma autodistruttivo studiato da Furio Jesi in Germania segreta, ma il rito veniva celebrato anche in Austria, Svizzera, Polonia e nelle Repubbliche baltiche. Alla fine dei corsi, nelle accademie militari più conservatrici, l’iniziazione consisteva in una «scherma accademica» dalle regole particolari. I due iniziati si tengono distanti secondo la mensura della loro sciabola, che devono avere il sangue freddo di tenere abbassata mentre l’avversario li colpisce a suo piacimento. Indossano maschere che proteggono gola, occhi e naso ma per il resto, alla fine del «duello», grondano sangue con lo stesso sorriso medusato della gioventù bruciata di oggi. La Schmiss, la cicatrice dalla quale restano segnati, sarà il loro distintivo d’onore e status sociale. In un’intervista Fregni Nagler viene meno alla sua «assente» impassibilità: «queste fotografie di uomini che ridono mentre il loro volto è deturpato dal sangue» è una «perfetta metafora della violenza del momento storico che attraversiamo».
Non è un caso che oggi la «Mensur» torni di moda. Le ultime foto esposte da Fregni Nagler risalgono al 1968, ma lei stessa ricorda come tuttora si contino, nella sola Germania, fra i 1500 e i 2000 casi all’anno. E nel 2024 è uscito un libro, Bloodline, che contiene foto dei duellanti di oggi (un suo portfolio si trova con agio sul web), esaltato dal Secolo d’Italia entusiasta del «bacio feroce dell’acciaio sul volto». Suo autore è Alberto Palladino (tuttora responsabile esteri del «Primato Nazionale», organo di CasaPound), condannato a titolo definitivo per pestaggi risalenti al 2011, poi avvistato a più riprese fra i volontari in Ucraina.
Dice in catalogo Dieter Roelstraete che Vater fa eccezione nel corpus di Fregni Nagler per come si confronta col concetto di «mascolinità». Ma questo Vater anonimo si accoppia alle Hidden Mothers altrettanto senza volto del lavoro precedente (di un’artista d’origine tedesca, sì, ma per parte di madre). E poi forse, come sempre, tutta questa mascolinità ostentata ci dice anche qualcos’altro. In un saggio controverso di sessant’anni fa, Ferite simboliche, sosteneva il reduce da Buchenwald Bruno Bettelheim che consimili riti indicano piuttosto, nei giovani maschi, un’«invidia della vagina» e della potenza generatrice dell’altro sesso. Una delle rare foto «d’autore» in mostra è in questo senso quasi ipnotica: il Corpsstudent di August Sander, uno dei suoi Uomini del Ventesimo Secolo, più che un uomo è un ragazzo, implume e rapato a zero: le cicatrici, leggere ma evidenti, gli attraversano il volto delicato da parte a parte. Col suo cappelluccio vezzoso sulle ventitré, l’uniforme da parata gallonatissima, e lo sguardo smarrito in camera, tutto sembra meno che un guerriero.





