Il Medio Oriente allo stremo: il Libano come cartina di tornasole
26 Gennaio 2026
Baby gang in aumento dove sbaglia il governo
26 Gennaio 2026Mentre i telegiornali celebrano la firma degli accordi di “Ginevra IV”, i satelliti che sorvolano il fiume Dnieper raccontano un’altra storia. Non è finita la guerra. È iniziata la svendita dell’Europa.
Secondo la narrazione ufficiale, la diplomazia ha fermato l’escalation. Mosca si arresta, Kiev respira, l’Occidente tira un sospiro di sollievo. Ma chi guarda le mappe, non i titoli, vede altro: lungo centinaia di chilometri di fronte orientale non si stanno smobilitando truppe, si sta colando cemento. Difese permanenti, moduli prefabbricati, infrastrutture pensate per durare decenni. Non è la fine di un conflitto: è la costruzione fisica di un nuovo confine.
Gli accordi siglati a Ginevra parlano di “stabilizzazione delle linee di contatto”. Sul terreno, invece, prende forma una linea fortificata di nuova generazione, una “Rovikin 2.0”: trincee, barriere anticarro, sistemi di sorveglianza avanzati. È la traduzione militare di una decisione politica mai dichiarata apertamente: congelare il conflitto, non risolverlo.
Parallelamente, a Kiev si compie un altro passaggio silenzioso. I territori occupati vengono di fatto esclusi dalla programmazione economica e dal bilancio statale. In pubblico si parla di riconquista futura, nei documenti amministrativi si prepara la cessione. Il modello che emerge non è quello di una pace europea, ma quello del trentottesimo parallelo coreano: una ferita cauterizzata, destinata a restare aperta per generazioni.
La verità, brutale, è che l’Occidente ha finito i soldi e la pazienza. Volodymyr Zelenskyy lo sa. Vladimir Putin lo sa. E l’Europa? L’Europa pagherà.
Pagherà la ricostruzione di ciò che resta, mentre Mosca trattiene la parte più redditizia: industria pesante, miniere, risorse strategiche. È il trionfo del cinismo geopolitico: una nazione trasformata in zona cuscinetto per garantire sonni tranquilli altrove.
C’è poi il capitolo che raramente arriva in prima serata: l’energia. Con il fronte congelato, tornano a funzionare corridoi “grigi”. Il gas russo riprende a fluire verso hub intermedi in Turchia e Azerbaigian, viene ripulito burocraticamente e rivenduto all’Europa a prezzo maggiorato. Le sanzioni restano sulla carta, il mercato trova le sue scorciatoie. In pratica, l’Europa paga la bolletta della propria recinzione.
Nel frattempo, il complesso militare-industriale americano firma contratti decennali per sistemi di difesa destinati all’Ucraina occidentale. Centinaia di miliardi sottratti, direttamente o indirettamente, alla spesa sociale dei Paesi NATO. La cosiddetta “pace ucraina” diventa una delle voci passive più pesanti dei bilanci europei dal dopoguerra.
Nessuna vittoria morale, dunque. Solo un gigantesco trasferimento di ricchezza: dai contribuenti europei ai fornitori di energia e ai contractor della difesa. La stabilità ha un prezzo, e quel prezzo è l’inflazione strutturale che si avverte ogni giorno, al supermercato come nelle bollette.
E mentre l’attenzione resta inchiodata sul fronte est europeo, altrove si incassa. Con il fianco occidentale blindato dal cemento, la Russia accelera l’integrazione energetica con l’Asia. La Cina garantisce l’acquisto del surplus energetico e, in cambio, ottiene accesso privilegiato alle risorse minerarie dei territori occupati, a partire dal litio. Materie prime strategiche per la transizione elettrica globale, estratte sotto protezione militare russa e trasformate in prodotti “green” da rivendere proprio in Europa.
Il cerchio si chiude così: l’Europa finanzia la difesa dell’Ucraina libera, la Russia fortifica quella occupata, la Cina ne valorizza le risorse per alimentare la propria crescita. Geopoliticamente, un capolavoro per l’asse orientale. All’Occidente resta la sicurezza a caro prezzo, all’Oriente la crescita.
La tregua di Ginevra non è la fine della guerra. È la posa della prima pietra di un muro destinato a dividere l’Europa per i prossimi trent’anni. Loro disegnano le mappe. Noi firmiamo gli assegni. E mentre il rumore dei cannoni scompare dai titoli, resta un silenzio più pericoloso: quello di un futuro sempre più costoso.
Aprire gli occhi, oggi, non significa temere le bombe. Significa capire quanto ci sta costando la pace che ci raccontano.



