
Dopo Yalta, senza Yalta: la nuova spartizione del mondo
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Nel mondo frammentato che ha sostituito l’ordine di Yalta, Giorgia Meloni non è una protagonista della nuova spartizione globale. È piuttosto una gestora accorta della collocazione italiana, consapevole dei limiti strutturali del Paese. La sua politica estera non mira a spostare gli equilibri, ma a evitare che l’Italia ne resti schiacciata.
La scelta fondamentale è stata l’allineamento netto con Stati Uniti e Nato. Una svolta rispetto alla retorica sovranista delle origini, ma coerente con il contesto: in un mondo senza regole condivise, l’Italia può contare solo se appare prevedibile e affidabile. Meloni ha sacrificato l’autonomia simbolica in cambio di legittimazione internazionale. È realismo, non visione.
Questa linea le ha garantito credito politico personale, ma non ha aumentato il peso strategico del Paese. L’Italia resta un attore medio, inserito in decisioni prese altrove su guerra, energia, tecnologia e finanza. La premier presidia il campo occidentale, ma non ne orienta la direzione. La differenza è sostanziale.
Nel Mediterraneo e in Africa, Meloni tenta di costruire un profilo più attivo. Il “Piano Mattei” individua correttamente i nodi cruciali – energia, migrazioni, stabilità – ma senza strumenti finanziari, industriali e diplomatici autonomi rischia di restare una cornice narrativa, funzionale più agli equilibri altrui che a una strategia italiana.
Il punto politico è questo: Meloni governa bene la posizione subordinata dell’Italia, ma non la supera. Ha scelto di essere una leader affidabile dentro l’ordine occidentale, non una voce capace di proporre un diverso ruolo europeo o mediterraneo. È una strategia prudente, efficace sul breve periodo, ma povera di ambizione storica.
In un mondo senza Yalta, dove contano forza, tecnologia e capacità di visione, l’Italia di Meloni non partecipa alla spartizione. Si adatta ad essa. E questa, più che una colpa personale, è la misura dei limiti politici del Paese e della sua classe dirigente.





