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C’è qualcosa di strutturalmente malinconico in un assessore comunale alla salute. Non per colpa sua — la persona può essere animata da buone intenzioni — ma per la natura stessa della posizione: si è titolari di un portafoglio che non contiene denaro. La sanità è materia regionale, le aziende ospedaliere rispondono alla Regione, i medici vengono assunti dalla Regione, i reparti si aprono o si chiudono per decisione della Regione. Il Comune può autorizzare l’apertura di uno studio medico privato e organizzare convegni. Per il resto, guarda.
Guardare, però, non basta. Occorre anche raccontare che si sta facendo qualcosa. Ed è qui che gli Stati generali della Salute di Siena — giunti alla terza edizione con Beppe Convertini a fare da cerimoniere nella Cappella del Manto — trovano la loro funzione vera, che non coincide con quella dichiarata.
Vale la pena fermarsi un momento su chi li ha ideati. Giuseppe Giordano è un universitario — nel senso preciso del termine: viene dal mondo accademico, da quella cultura del progetto, del convegno, della pubblicazione, del panel di esperti, in cui la forma del sapere tende a coincidere con la sua sostanza. È una cultura che produce cose bellissime e cose inutili, spesso indistinguibili dall’esterno. Il WOW — il museo digitale inaugurato dall’Università di Siena sotto la regia del rettore Riccaboni — era figlio della stessa matrice: il linguaggio della modernità e dell’innovazione digitale applicato all’agricoltura senese, con i suoi problemi reali di mercato, di successione generazionale, di margini compressi, che continuavano imperterriti mentre gli schermi immersivi brillavano. Gli Stati generali della Salute funzionano esattamente allo stesso modo: stessa architettura, stesso meccanismo, stesso orizzonte.
L’assessore Giordano parla di “rendere più equa e accessibile la sanità”, di un “patto con i cittadini”, di un evento “unico a livello nazionale e internazionale”. Intanto, fuori dalla Cappella del Manto, la realtà senese ha il suo passo cadenzato e pesante. Il pronto soccorso delle Scotte — che serve non solo Siena ma l’intera Area Vasta Sud-Est, province di Arezzo, Grosseto e Siena — conosce periodicamente il caos delle ambulanze in coda, dei pazienti che aspettano ore dentro i mezzi fermi davanti all’ingresso, degli infermieri che in certi turni notturni gestiscono venti pazienti in contemporanea. Non è un’emergenza: è la normalità strutturale di un sistema a cui mancano posti letto, personale, e una rete territoriale capace di intercettare i bisogni prima che diventino urgenza. Gli anziani cronici finiscono al pronto soccorso perché non c’è altro posto dove andare. Le liste d’attesa per una mammografia possono superare i trecento giorni.
Su questo sfondo, il Comune annuncia con orgoglio di essere “l’unico in Italia” a lavorare con il Dipartimento per la trasformazione digitale sull’efficientamento del fascicolo sanitario elettronico e del Patient Summary. Può darsi. Ma il fascicolo sanitario elettronico non cura nessuno se non c’è il medico che lo compila, e il Patient Summary non riduce i tempi di attesa se le agende sono sature. Strumenti potenzialmente utili in un sistema che funziona; in un sistema sotto pressione, rischiano di diventare il feticcio tecnologico che sostituisce la risposta concreta — l’interfaccia che brilla mentre la sostanza arranca.
C’è poi una contraddizione che nessun convegno riesce a nascondere del tutto. Mentre l’assessore invoca equità e accessibilità, la stessa maggioranza che lo esprime — la giunta Fabio — è accusata di voler uscire dalla Società della Salute Senese, che è l’unico ente locale effettivamente titolato a occuparsi di integrazione socio-sanitaria sul territorio. La forma avanza, la sostanza arretra.
Gli Stati generali della Salute sono, nella migliore delle interpretazioni, un esercizio di comunicazione pubblica su temi importanti: la longevità, l’alimentazione, il rapporto tra digitale e medicina. Nulla di male in sé. Ma comunicare non è governare, e la distanza tra le due cose — a Siena come altrove — è esattamente la distanza che separa un anziano in attesa da una promessa elegantemente formulata in una sede storica del centro città.
Beppe Convertini, ricordato dagli inizi come Mister Italia, conduce bene. Il problema non è la conduzione.





