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La vicenda delle ambizioni statunitensi sulla Groenlandia ha fatto emergere una frattura che attraversa le destre europee ben oltre le differenze nazionali. Non è una crisi diplomatica in senso stretto, ma un test politico e culturale: il punto in cui l’ammirazione per la leadership americana entra in conflitto con la retorica della sovranità, da sempre uno dei pilastri del discorso nazional-populista.
Per anni, una parte consistente delle destre europee ha costruito il proprio immaginario politico attorno a un doppio registro: da un lato la difesa degli Stati nazionali contro Bruxelles, dall’altro una relazione privilegiata – simbolica prima ancora che strategica – con gli Stati Uniti di Donald Trump. Finché queste due posture sembravano compatibili, la contraddizione poteva restare latente. Oggi non lo è più.
L’idea che una grande potenza possa rivendicare apertamente un territorio europeo, anche solo come ipotesi geopolitica, mette le destre davanti a una scelta che non può essere elusa: stare dalla parte della sovranità degli Stati o dalla parte di un leader considerato affine sul piano ideologico. La reazione non è stata unitaria, e proprio questa disomogeneità racconta molto dello stato attuale di quell’area politica.
Alcuni leader hanno scelto il silenzio o il profilo basso. È il caso di governi che, pur rivendicando una forte identità nazionale, evitano accuratamente lo scontro con Washington. La sovranità, in questi casi, appare come un principio flessibile, da modulare in base ai rapporti di forza e alle convenienze del momento. L’assenza di prese di posizione nette non è prudenza diplomatica, ma il segno di una dipendenza politica non dichiarata.
Altri, invece, hanno scelto la rottura simbolica. La denuncia di una possibile “vassalizzazione” dell’Europa segna un tentativo di ridefinire i confini del sovranismo: non più contro l’Unione europea soltanto, ma anche contro qualsiasi forma di subordinazione esterna. È una mossa che parla soprattutto ai rispettivi elettorati nazionali, e che prova a riappropriarsi di un lessico patriottico messo in difficoltà proprio dall’alleanza ideologica con il trumpismo.
In mezzo, c’è chi resta sospeso. Giorgia Meloni, ad esempio, incarna una posizione ambigua: forte sul piano interno, cauta su quello internazionale, attenta a non incrinare i rapporti con gli Stati Uniti ma al tempo stesso consapevole del rischio politico di apparire subalterna. È una postura che riflette il tentativo di trasformare una destra identitaria in una forza di governo responsabile, senza rinunciare del tutto al proprio retroterra ideologico.
Il caso Groenlandia mostra così un limite strutturale delle destre europee contemporanee: la difficoltà a passare da una retorica della sovranità a una politica della sovranità. Difendere i confini, le identità, le competenze nazionali è relativamente semplice quando il conflitto è con Bruxelles. Diventa molto più complicato quando il confronto riguarda un alleato potente, percepito come riferimento culturale prima ancora che strategico.
In questo senso, la Groenlandia non è che un pretesto. Il nodo vero è un altro: le destre europee sono ancora in cerca di una collocazione stabile in un mondo multipolare, dove l’adesione ideologica non garantisce protezione e dove la sovranità, se non è sostenuta da una visione autonoma, rischia di restare uno slogan.
La frattura che si è aperta non si richiuderà facilmente. Perché non riguarda una singola crisi, ma una domanda di fondo: si può rivendicare l’indipendenza politica restando culturalmente dipendenti da un altro potere? È una domanda che le destre europee hanno evitato a lungo. Ora sono costrette ad affrontarla, ciascuna a modo suo. E non tutte sembrano pronte a farlo fino in fondo.




