
Derrida, o dell’ospitalità impossibile
15 Marzo 2026
Ex Beko, la reindustrializzazione di viale Toselli: molto fumo, poco arrosto
15 Marzo 2026Jürgen Habermas è forse l’ultimo grande filosofo che ancora crede nella ragione come progetto. Non nella ragione assoluta di Hegel, né in quella strumentale che Horkheimer e Adorno avevano imputato all’Illuminismo come suo lato oscuro — ma in una ragione comunicativa, intersoggettiva, che si dispiega nel dialogo e trova il suo fondamento non in un soggetto trascendentale ma nella struttura stessa del linguaggio orientato all’intesa.
È questa la scommessa teorica che percorre l’intera sua opera: che nell’atto linguistico serio — quello in cui si avanza una pretesa di validità e si è disposti a difenderla con argomenti — esista già il germe di una razionalità non coercitiva. Che parlare, in senso pieno, significhi già impegnarsi tacitamente verso l’altro, riconoscerlo come interlocutore, accettare la forza del migliore argomento. È un’idea bella, quasi commovente nella sua fiducia. E proprio per questo esposta.
La critica che gli è stata mossa più spesso — da Lyotard, da Foucault, da una certa sinistra post-strutturalista — è che questa “situazione linguistica ideale” sia essa stessa un’ideologia, una normalizzazione travestita da universalismo. Che dietro il consenso razionale si nasconda sempre il potere che ha già selezionato chi parla, in quale lingua, secondo quali regole del discorso. Habermas non ignora questa obiezione: la affronta nella distinzione tra sistema e mondo della vita, tra la razionalità funzionale degli apparati (mercato, burocrazia statale) e la comunicazione spontanea del quotidiano. Il problema, dice lui, è la colonizzazione del secondo da parte del primo: quando il denaro e il potere diventano i medium che strutturano anche le relazioni umane più intime, la patologia è già in atto.
Quel che resta aperto — e qui sta il fascino irrisolto del suo pensiero — è se il discorso sia davvero in grado di resistere a questa colonizzazione, o se non sia già, strutturalmente, uno dei suoi strumenti. Il dibattito pubblico che Habermas teorizza come luogo della democrazia deliberativa esiste certamente. Ma esiste anche come spazio catturato, simulato, performato — dai media, dalle piattaforme digitali, dalle macchine del consenso che sanno imitarne perfettamente la forma pur svuotandone il contenuto.
C’è poi un secondo nodo, più sotterraneo ma forse più profondo: Habermas è un pensatore della modernità come progetto incompiuto, non come progetto fallito. Laddove il postmoderno celebra la fine delle grandi narrazioni, lui risponde che il problema non è la ragione illuminista in sé, ma la sua realizzazione unilaterale. Si tratta di completarla, non di abbandonarla. Questa posizione ha qualcosa di eroicamente anacronistico. Difendere Kant nell’epoca di TikTok. Proporre la deliberazione in tempi di algoritmi. Insistere sull’universalismo dei diritti quando ogni universalismo è sotto accusa come maschera dell’occidente.
Eppure — e qui il pensiero si ribalta — forse è proprio questa testardaggine a renderlo necessario. In un’epoca che ha rinunciato persino alla pretesa della ragione, che ha estetizzato il disaccordo e trasformato la politica in performance identitaria, la domanda habermasiana — in base a cosa possiamo intenderci? — è tutt’altro che obsoleta. È, se mai, più urgente. Perché senza una risposta a quella domanda non c’è democrazia possibile, c’è solo la guerra civile condotta con altri mezzi.
Habermas è un pensatore scomodo per tutti: troppo razionalista per i critici del logocentrismo, troppo normativo per i positivisti, troppo legato alla tradizione europea per i pensatori del Sud globale, troppo ottimista per chi ha attraversato il Novecento senza illusioni. Forse è proprio questo disagio diffuso il segno migliore della sua rilevanza. I filosofi che mettono tutti a disagio, ciascuno per ragioni diverse, di solito hanno toccato qualcosa di vero.





