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Trent’anni fa, uno studio commissionato dalla Marina americana calcolò che chiudere lo Stretto di Hormuz per una sola settimana avrebbe generato uno shock petrolifero paragonabile alla crisi del 1973. Quel calcolo sembrava un esercizio accademico. Non lo è più.
Da quando l’Iran ha sigillato lo Stretto, il flusso di circa venti milioni di barili di petrolio al giorno si è interrotto. L’Agenzia Internazionale dell’Energia non ha esitato a chiamarla con il suo nome: la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale. Non la peggiore degli ultimi decenni. La peggiore di sempre.
Ormuz è un collo di bottiglia largo trentatré chilometri nel suo punto più stretto, incuneato tra la penisola arabica e la costa iraniana. Per quella strozzatura transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Transitava: il passato prossimo è già, oggi, la forma grammaticale della crisi.
La risposta americana rivela una crepa imbarazzante tra ambizione geopolitica e prontezza operativa. Il segretario all’Energia Chris Wright ha ammesso a CNBC che la Marina non è ancora in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto. Forse entro fine mese, ha detto. Forse. Tre settimane durante le quali Giappone, Corea del Sud, India e Cina guardano le proprie riserve strategiche come si guarda un conto in banca che si svuota.
Dall’altra parte, il nuovo Ayatollah Mojtaba Khamenei ha scelto la chiusura dello Stretto come tema del suo primo discorso da Guida Suprema. Non è un dettaglio protokollare. È un manifesto. Chi esordisce con Hormuz non sta trattando: sta fondando la propria legittimità su quella chiusura. Riaprire significherebbe, per lui, perdere il potere prima ancora di averlo consolidato.
Il paradosso è quello classico delle crisi energetiche: chi paga il prezzo più alto non è chi ha acceso il fuoco. Gli Stati Uniti, con la loro produzione interna e la diversificazione dei fornitori, assorbono lo shock meglio di chiunque altro. Sono Tokyo, Seoul, Mumbai e Pechino a svegliarsi ogni mattina con una domanda senza risposta: per quanto ancora reggono le riserve?
La storia delle guerre del petrolio insegna che le crisi di Hormuz durano poco, perché costano troppo a tutti. Ma la storia insegna anche che ogni volta che





