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12 Febbraio 2026
La Repubblica breve, lo schock di Buchenwald, Goethe e il Bauhaus: le lezioni del passato
di Pierluigi Piccini
Subito dopo la caduta del Muro di Berlino sentii il bisogno di andare in Turingia, sulle tracce del giovane Hegel: prima Jena, poi Erfurt, infine Weimar. Hegel non insegnò mai lì, eppure nei primi anni Novanta la città appariva come il centro di un grande paesaggio filosofico. Ero lì non sapendo ancora che pochi anni dopo Siena e Weimar si sarebbero gemellate. L’impatto fu duro. Ricordo quello che ci indicarono come il ristorante più prestigioso: due scalini in discesa, arredi in formica anni Cinquanta, un’essenzialità quasi spoglia ma dignitosa. Era una città che usciva lentamente dalla storia e non aveva ancora imparato a mostrarsi. Conoscevo Weimar per la Repubblica di Weimar, ma trovarmi davanti alla densità della cultura tedesca fu quasi uno smarrimento: Goethe, Schiller, Bach, la Bauhaus. Troppa Europa concentrata in un solo luogo. Il vero shock arrivò visitando Buchenwald. La scritta sul cancello – Jedem das Seine – mi lasciò immobile. Non c’erano più le baracche: solo un grande spazio vuoto. Compresi che l’assenza può essere più potente della presenza. Mi tornò alla mente Jorge Semprún, che lì era stato internato. Aveva scritto che la memoria va scelta, perché ricordare significa accettare di non essere più innocenti. Camminando in quel silenzio capii che visitare un campo non è un atto culturale, ma un’esperienza morale. Il luogo dove era stata la quercia di Goethe – anche quella scomparsa – mi apparve come il simbolo dei due estremi di un popolo: la più alta cultura e la più radicale barbarie. Quel vuoto suscitava più domande di qualsiasi monumento. Pensai al bambino di Buchenwald e a Mafalda di Savoia: le differenze sociali scomparivano, restava solo la fragilità dell’essere umano. Dopo Jalta il campo fu usato dai sovietici: la storia sembrava non voler abbandonare quella collina. Nella Schillerstraße c’era Giovanni, gelataio italiano. Una sera, rivolgendosi alla suocera tedesca, le chiese: «Quando portavano via i tuoi vicini di casa, dov’eri?». In quella domanda c’era il peso di un intero continente. Gli americani, dopo la liberazione, avevano costretto gli abitanti di Weimar a vedere il campo, perché nessuno potesse dire: non sapevo. Quando poi tornammo per le riunioni del gemellaggio, le facemmo nello studio che era stato di Hitler all’Hotel Elephant. Era rimasto intatto: gli arredi originali, il telefono con cui comunicava con Berlino, il balcone da cui si affacciava per parlare al popolo. Sedere a quel tavolo, discutere di cultura e cooperazione in quello spazio, aveva qualcosa di straniante e necessario insieme. Quando tornai anni dopo per vedere il museo dedicato alla Bauhaus cercai Giovanni. Non c’era più. Compresi che i luoghi della memoria sono fatti anche di volti, e quando quei volti scompaiono una parte del nostro passato diventa più lontana. Weimar mi ha insegnato questo: alcune città non si visitano soltanto – ci interrogano.





