Ho letto per la prima volta la Recherche nel 1959, a vent’anni. Ma il nome di Proust, e la storia del bambino che aspetta nel buio che la madre venga a dargli il bacio della buona notte, mi erano noti fin dall’infanzia. Me ne aveva parlato mia madre, Natalia Ginzburg, che aveva tradotto il primo romanzo del ciclo proustiano, Du côté de chez Swann – in italiano, La strada di Swann (Einaudi, 1946). Molto tempo dopo mia madre raccontò di aver letto Proust per la prima volta, e di aver cominciato a tradurlo, a Pizzoli, il villaggio degli Abruzzi dove aveva raggiunto mio padre, Leone Ginzburg, che vi era stato confinato come «internato civile di guerra».
L’iniziativa di tradurre Proust in italiano risaliva certamente a mio padre che, tornato in libertà dopo aver passato due anni in carcere per attività antifascista, aveva fondato insieme a Giulio Einaudi la casa editrice che portava il nome di quest’ultimo. Gli anni vissuti al confino a Pizzoli, tra il 1940 e il 1943, sono anche quelli dei miei primi ricordi di infanzia. Ma nella famiglia di mia madre si leggeva Proust e si parlava di Proust fin dalla metà degli anni Venti. La madre di mia madre e la sorella maggiore di mia madre, Paola, usavano appartarsi per parlare di Proust, che mio nonno, Giuseppe Levi, definiva sprezzantemente, senza averlo letto, «un tanghero». Lo racconta mia madre, nel suo libro Lessico famigliare. E prosegue così: « Paola era innamorata di un suo compagno d’università: giovane piccolo, delicato, gentile, con la voce suadente. Facevano insieme passeggiate sul Lungo Po, e nei giardini del Valentino; e parlavano di Proust, essendo quel giovane un proustiano fervente: anzi era il primo che avesse scritto di Proust in Italia». Questo giovane innominato era un critico diventato poi notissimo, Giacomo Debenedetti. La raccolta postuma dei suoi scritti su Proust, pubblicata nel 2005, si apre con un saggio – Proust 1925 – apparso originariamente in «Il Baretti», la rivista fondata a Torino da Piero Gobetti. Proprio nel 1925 Gobetti, odiato dal regime di Mussolini per la fermissima intransigenza che ispirava la sua azione politica, venne aggredito da una squadra fascista e picchiato brutalmente; si rifugiò a Parigi, dove morì l’anno dopo (non aveva neanche venticinque anni). Debenedetti incluse i suoi primi testi proustiani in un volume – Saggi critici. Serie prima – pubblicato nel 1929 dalle Edizioni Solaria, casa editrice di una rivista fiorentina notoriamente ostile al regime. I solariani vennero bollati dai fascisti come «antifascisti, ebrei, e omosessuali»: termini carichi di avversione, cui con buona probabilità non era estranea la stampa dei saggi di Debenedetti su Proust.
Negli anni 40 anche Giacomo Debenedetti cominciò a tradurre Proust. Ma in base alle leggi razziali fasciste del 1938 né lui né Natalia Ginzburg, in quanto ebrei, avrebbero potuto firmare le proprie traduzioni, che apparvero solo dopo la fine della guerra. (…).
Per una serie di circostanze non del tutto casuali la fortuna di Proust in Italia sotto il fascismo si sviluppò prevalentemente in un ambiente di intellettuali antifascisti, ebrei, torinesi. È l’ambiente in cui sono nato e cresciuto. Ma la mia lettura prese una strada diversa da quella che mi era suggerita implicitamente dal mio ambiente, dalla mia famiglia. Lessi la Recherche in francese, nell’edizione in tre volumi della «Pléiade», curati da Pierre Clarac e André Ferré (ho imparato il francese leggendo Proust e Baudelaire). Ma l’esistenza della traduzione di mia madre ha fatto sì che il francese si sia configurato per me, subito, come una lingua che cercavo di apprendere come una specie di lingua materna; e tale è rimasta, come disposizione mentale, al di là dei risultati raggiunti. (In confronto l’inglese, che pure ho usato più spesso, è per me una lingua infinitamente più povera di connotazioni emotive).
Quella lingua straniera, e a suo modo materna, mi fece entrare nel mondo misterioso, pieno di sorprese mirabolanti, della Recherche.
Ma in che maniera (mi chiedo oggi) lessi allora la Recherche? Attraverso quali filtri? Trovo un inizio di risposta in un saggio che scrissi vent’anni dopo, Spie. Radici di un paradigma indiziario. «Si può dimostrare agevolmente – scrivevo – che il più grande romanzo del nostro tempo – la Recherche – è costruito secondo un rigoroso paradigma indiziario». Oggi aggiungerei una precisazione: «e che il “paradigma indiziario” è stato in larga misura ispirato dal romanzo di Proust». (…)
Spie apparve nel 1979; l’anno dopo pubblicai su «Critique» una recensione della raccolta di saggi di Jacques Le Goff intitolata Pour un autre Moyen Âge. A un certo punto, quasi tra parentesi, osservai che gli storici, invece di usare, dandolo per scontato, il modello narrativo del romanzo naturalista, avrebbero fatto meglio a raccogliere la sfida lanciata dai grandi romanzieri del Novecento: Proust, Joyce, Musil. Dietro la mia battuta c’era un obiettivo polemico non dichiarato: il saggio di Lawrence Stone The Revival of Narrative: Reflections on a New Old History apparso su «Past and Present» e subito tradotto da «Le débat». Anni prima avevo partecipato, imparando moltissimo, al seminario del Davis Center di Princeton diretto da Lawrence Stone. Ma la tesi di un «ritorno alla narrazione» proposta da Stone mi lasciò deluso, perché sottintendeva tacitamente che la narrazione fosse una sola – quella, per l’appunto, modellata sul romanzo naturalista. Ma quali potevano essere le implicazioni cognitive di un modo diverso di raccontare la storia?
Certo, sarebbe impossibile definire la Recherche di Proust «narrazione rigorosamente storica». Ma che cosa succederebbe (mi chiedevo) se facessimo nostra una definizione più ampia di quella adottata da Benveniste? Non si trattava, ovviamente, di proporre agli storici di scimmiottare Proust. Si trattava di capire che cosa potrebbero imparare gli storici da una narrazione storica sui generis come la Recherche.
Su questi argomenti ho riflettuto per anni, affrontando temi molto diversi tra loro, ma in un modo o nell’altro tutti legati al rapporto «vero falso finto»: tre termini che costituiscono il sottotitolo della mia raccolta Il filo e le tracce, ma che, se non sbaglio, definiscono l’intero ambito delle ricerche che ho condotto, su tematiche assai eterogenee, dalla metà degli anni 80. Nella discussione prolungata con le tesi neoscettiche, secondo cui una distinzione rigorosa tra narrazioni storiche e narrazioni di finzione sarebbe impossibile, sono tornato più e più volte a Proust. Perché? Potrei rispondere a questa domanda ricorrendo, ancora una volta, a un’osservazione di Spitzer: «Nessun gruppo di parole, difatti, è in Proust così frequente e denso di nostalgia come réel, réalité, réaliser». Nessuno, nemmeno il più accanito neoscettico, potrebbe accusare Proust di positivismo ingenuo. La ricerca della realtà e della verità (senza virgolette) si accompagna in Proust all’acuta consapevolezza degli innumerevoli ostacoli, soggettivi e oggettivi, che questa ricerca deve superare.







