
Energia, le tre cause che ci affossano
10 Marzo 2026
John Coltrane – Acknowledgement
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C’è una regola non scritta della geopolitica: ogni guerra produce vincitori che non combattono. Mentre l’Iran brucia e Trump zigzaga sulle dichiarazioni — la guerra «quasi finita», poi di nuovo in corso, poi «molto presto» conclusa — due potenze guardano il disordine con la soddisfazione misurata di chi ha sempre saputo aspettare.
La Russia e la Cina non hanno sparato un colpo. Eppure escono da questa crisi rafforzate, quasi per inerzia della storia.
Il petrolio ha superato i cento dollari al barile. Putin ha già offerto all’Europa gas e greggio russi, esattamente come nel 2022, quando la guerra in Ucraina scosse i mercati energetici del continente. Il copione si ripete con inquietante precisione: l’America destabilizza una regione produttrice, i prezzi salgono, Mosca si propone come alternativa sobria e affidabile. I leader europei, ancora segnati dai fantasmi di quella crisi, si trovano di nuovo a fare i conti con uno shock energetico che non hanno cercato e che non possono governare. La dipendenza energetica — che si credeva archiviata come capitolo chiuso — riapre i suoi dossier.
Il Washington Post lo scrive senza giri di parole: ci sono due vincitori in questa guerra, e nessuno dei due è l’America. L’interruzione delle forniture petrolifere avvantaggia la Russia. E l’Iran distoglie l’attenzione dalla Cina, proprio nel momento in cui Pechino consolida la propria proiezione nel Pacifico, negozia accordi commerciali in Asia centrale e osserva con interesse clinico il logoramento della credibilità americana. Ogni crisi mediorientale è, per la Cina, un regalo strategico: Washington si impantana, le risorse si consumano, l’attenzione si disperde.
C’è poi una dimensione che raramente emerge nei dispacci di guerra: il prezzo politico che Trump paga in casa. I suoi stessi consiglieri lo esortano a trovare una via d’uscita, temendo le ripercussioni economiche di un conflitto che fa salire la benzina e scuote i mercati. Trump ha aperto alla revisione delle sanzioni sul petrolio, ha telefonato a Putin — la prima volta in più di due mesi — e ha lasciato intendere che tutto potrebbe risolversi «molto presto». Quale sia il senso di queste oscillazioni è difficile da dire. Ma il pattern è chiaro: l’America combatte, l’America paga, l’America cerca l’uscita.
Nel frattempo, i frammenti di un missile di fabbricazione statunitense fotografati vicino a una scuola colpita in Iran parlano da soli. Non servono editoriali: le immagini costruiscono la narrativa. E quella narrativa, amplificata da Teheran, da Mosca, da Pechino, produce un effetto di lungo periodo che nessun accordo di cessate il fuoco cancella. L’egemonia americana si erode non tanto nelle battaglie perse quanto nelle battaglie vinte nel modo sbagliato.
Ci sono guerre che si vincono militarmente e si perdono politicamente. E ci sono potenze che imparano a vincere senza combattere — lasciando che siano gli altri a consumarsi.





