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12 Ottobre 2026Il Campanile di Giotto restaurato per la prima volta per intero: un cantiere che lascia vedere il monumento
Per quasi sette secoli il Campanile di Giotto ha ricevuto cure a pezzi: una statua, un gruppo di formelle, le campane. Gli interventi documentati partono dal 1939 e hanno sempre riguardato singole porzioni. Ora, per la prima volta, la torre viene restaurata tutta insieme. È un’impresa da oltre sette milioni di euro, interamente finanziata dall’Opera di Santa Maria del Fiore, e durerà circa quattro anni.
Il ponteggio, completato nelle settimane scorse, è già un’opera a sé. Arriva a ottantasei metri e accompagna un edificio che, contando la croce, supera i cento. È stato progettato per ridurre di gran parte l’impatto visivo: niente teli che nascondono il monumento per anni, ma una struttura leggera che lascia leggere la geometria della torre. Il restauro procede dall’alto verso il basso. Ogni volta che una fascia è finita il ponteggio scende, e i fiorentini e i visitatori vedono subito la parte restaurata. Il campanile resta aperto: si può salire alla terrazza anche durante i lavori. E il cantiere è stato pensato per non disturbare la coppia di falchi pellegrini che nidifica sulla torre.
L’oggetto del restauro è la pelle del monumento. Iniziato da Giotto nel 1334, proseguito da Andrea Pisano e concluso da Francesco Talenti nel 1359, il campanile è rivestito di marmi di tre colori: il bianco, il verde serpentino di Prato e il rosso di Cintoia. Smog, piogge acide, sbalzi termici e milioni di sguardi l’hanno consumata più di quanto appaia da terra. Il lavoro, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza, punta prima di tutto alla sicurezza del rivestimento.
Il cantiere fa parte di un piano più vasto. L’Opera investe oltre sessanta milioni nell’area del Duomo: l’ampliamento del museo, il recupero del Collegio Eugeniano come nuova sede e la trasformazione di uffici storici in abitazioni per i residenti. Quest’ultimo è il dettaglio che meriterebbe più attenzione, in una città dove il centro storico si svuota di abitanti e si riempie di affitti brevi. Restaurare le pietre e insieme restituire case ai cittadini significa riconoscere che un monumento non vive da solo. Vive in un tessuto di persone che lo abitano ogni giorno.
C’è poi una lezione di metodo che vale ben oltre Firenze. Il cantiere che non nasconde, che mostra il lavoro mentre si fa e che lascia il monumento accessibile rovescia un’abitudine italiana: quella delle impalcature che coprono per anni e delle chiusure che trasformano la tutela in assenza. La conservazione può essere un racconto pubblico. Il cittadino vede il marmo tornare al suo colore metro dopo metro e capisce perché valga la pena spendere. È un principio che i grandi enti possono permettersi in grande, ma che i piccoli centri, con le loro rocche, chiese e palazzi, possono applicare in scala ridotta. Ogni restauro può diventare un’occasione di conoscenza condivisa, invece di una parentesi di cantiere da sopportare.





