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di Pierluigi Piccini
C’è un albero, a Piancastagnaio, più antico di molte carte d’archivio. Il Castagnone — piantato nel 1276 accanto al nuovo convento francescano — non conserva date: conserva il tempo. Le sue radici affondano nella terra vulcanica dell’Amiata come a dire che ogni fondazione, per durare, ha bisogno non solo della solidità della pietra ma della pazienza ostinata di ciò che cresce.
La storia del convento, però, comincia prima — e comincia con una scelta radicale. Intorno al 1225 un piccolo gruppo di frati si stabilisce nel “Luogo Vecchio”, un sito isolato, scomodo, difficile da raggiungere. Il primo francescanesimo non cerca il centro: cerca il margine. Vuole una fede spogliata di ogni ornamento, esposta al silenzio e alla fatica. Come se la verità potesse parlarsi solo dove il mondo smette di fare rumore.
Dopo circa cinquant’anni, qualcosa si spezza — o forse matura. L’ordine comprende che restare separati dalla vita delle comunità non è purezza: è sterilità. Tra il 1276 e il 1278, con l’iniziativa del vescovo di Sovana e il consenso degli Aldobrandeschi, i frati si trasferiscono dentro il paese, accanto alla Rocca. Non è solo uno spostamento fisico: è una conversione dello sguardo. Il sacro non ha più bisogno di proteggersi con la distanza — ha il coraggio di mescolarsi con la polvere, il mercato, le voci dei bambini, il peso ordinario dei giorni.
Anche il loro sostentamento riflette questa logica. Lasciti, offerte dei fedeli, aiuto delle famiglie contadine: una rete semplice, quasi organica, di reciprocità. Piancastagnaio non era attraversata da grandi vie di pellegrinaggio, ma da percorsi locali che tenevano insieme l’Amiata come le nervature tengono insieme una foglia. Il territorio nutriva il convento; il convento restituiva presenza e cura. Un equilibrio in cui nulla era davvero separato — in cui dare e ricevere erano lo stesso respiro.
Oggi quel modello non va rimpianto, ma ascoltato. Ci ricorda che un luogo vive solo se esiste uno scambio continuo tra ciò che offre e ciò che riceve. Quando questo ciclo si interrompe — quando si prende senza restituire, quando si abita senza appartenere — il territorio smette di essere casa e diventa soltanto risorsa. Materia da consumare, non terra da custodire.
Il Castagnone è ancora lì. Non come monumento — i monumenti si guardano e si passa oltre. È lì come domanda viva, che ogni anno mette nuove foglie: che cosa significa fondare qualcosa che duri? La pietra resiste, certo. Ma solo ciò che vive sa attraversare il tempo — perché accetta di trasformarsi, stagione dopo stagione, senza perdere le proprie radici.
Ottocento anni dopo, la questione riguarda ancora noi — il nostro modo di abitare i luoghi, di piantare o sradicare, di costruire il futuro senza divorare ciò da cui veniamo.





