La violenza giovanile odierna non è quasi mai l’espressione di un conflitto generazionale. Nonostante l’evidente disinteresse adulto nei riguardi del presente e del futuro dei più giovani, il gesto violento è sempre più spesso rivolto contro se stessi o contro i coetanei. Anche la consapevolezza delle ineguaglianze sociali di chi cresce ai margini e nelle periferie non si traduce frequentemente in impegno politico, in richiesta di maggiore eguaglianza, in movimento collettivo che lotta per il riconoscimento dei propri diritti. Il conflitto generazionale è ai minimi termini. Se la trasgressione e l’opposizione non sono più la cifra distintiva dell’adolescenza odierna, allora sarà un problema educativo.
il caso
Ecco allora diffondersi una visione semplicistica e terribilmente tranquillizzante. Le nuove generazioni sono state troppo coccolate, amate e protette. Sono mancati i limiti e le regole, la cui assenza, insieme all’utilizzo precocemente smodato di internet, ha spinto i ragazzi a comportarsi in modo arrogante e violento. Pensano di poter fare quello che vogliono e vivono in un’alterazione della realtà causata dai social e dai videogiochi. Per questo è necessario limitare l’utilizzo dello smartphone e introdurre provvedimenti restrittivi a scuola, anche in materia di comportamento. Così il cinque in condotta dovrebbe rappresentare un deterrente alla spinta ad aggredire un compagno a scuola e una multa di un migliaio di euro ai genitori una garanzia rispetto al fatto che loro figlio non esca da casa con un coltello da cucina e commetta un reato.
Se neanche le segnalazioni di un aumento del disagio psichico giovanile, provenienti da moltissime organizzazioni nazionali e internazionali riescono a far comprendere che si tratta di un fenomeno complesso, che riguarda l’intera società, tutte le istituzioni e non solo la famiglia. Se neanche il malessere di molti adolescenti, segnalato da chiunque li frequenti quotidianamente, riesce ad essere interpretato come espressione di una sofferenza psicologica che rischia di evolvere in disperazione e dunque in violenza agita, continueremo ad assistere a iniziative mirate al raggiungimento del consenso emotivo e popolare degli adulti. Non si diffonderanno esperienze e proposte relazionali adulte capaci di prevenire il disagio psicologico giovanile e di trasformare i conflitti e le emozioni più disturbanti in parola.
Mi auguro davvero che non si arrivi a multare i genitori dei giovani che compiono gesti autolesivi o che tentano il suicidio. Mentre la giustizia farà il suo corso, il nostro compito è quello di provare a fare in modo che la morte di un ragazzo a scuola per mano di un suo compagno si trasformi in un’occasione di sviluppo della consapevolezza e della responsabilità adulta. L’unica possibilità che ci resta per provare a dare senso a un evento così angosciante, terrificante. Dare senso alla vita mentre domina la morte. Provare a interrogarsi su cosa stiamo facendo per i nostri figli e studenti, quali relazioni e quali modelli di identificazione proponiamo. Le politiche individualiste, aggressive, intimidatorie e violente proprie di questa epoca è altamente probabile contino qualcosa. Viviamo nel regno del Sé, dell’affermazione autocratica del proprio pensiero e del proprio sistema etico valoriale fino alla negazione del valore del pensiero, e del diritto a esistere, dell’altro.
I modelli di identificazione proposti quotidianamente dagli adulti contano qualcosa. Così come conta l’impossibilità generazionale di esprimere sentimenti spiacevoli per gli adulti. Queste sono generazioni ascoltate a modo nostro. Un ascolto selettivo che non consente l’espressione di emozioni disturbanti come la rabbia, la tristezza e la paura. Non servono multe e repressione ma un adulto autentico capace di stare in relazione. L’umanità ha bisogno di un’alfabetizzazione emotiva degli adulti, di una nuova democrazia degli affetti. Non di nuove forme di prevaricazione adulta, spacciate per interventi educativi e normativi che ridurranno la disperata violenza giovanile.







