
The bill nobody pays
4 Aprile 2026
di Pierluigi Piccini
Cinquantasei posti di lavoro. Non è una crisi aziendale, non è un mercato che cambia, non è una tecnologia che sostituisce il lavoro umano. È una scelta. La proprietà del magazzino ex Logimer di Piancastagnaio ha deciso di chiudere il sito di Casa del Corto perché vuole riorganizzare la propria logistica e massimizzare i profitti. Lo ha detto chiaramente. E lo ha fatto mentre apre nuovi punti vendita altrove.
Ma c’è qualcosa che va detto prima di tutto il resto, e che cambia il peso morale di questa vicenda. Logimer è nata qui. La sede legale era in Via di Lazio 86, Piancastagnaio. Il magazzino di Casa del Corto è attivo da oltre trent’anni sulle pendici del Monte Amiata, ed è stato per tre decenni uno dei nodi portanti della distribuzione di Acqua & Sapone nell’Italia centrale. Questo marchio, diventato la più grande catena italiana di prodotti per l’igiene e la cura della persona con oltre ottocento punti vendita e un fatturato di oltre un miliardo e mezzo di euro, ha costruito una parte consistente della propria storia su questo territorio, grazie alla creatività e al lavoro delle donne e degli uomini dell’Amiata. Poi è arrivato il private equity. Prima HIG Capital, fondo americano, che nel 2021 ha acquisito il controllo della società. Poi, nel 2024, TDR Capital, fondo londinese, che ha rilevato il sessanta per cento del gruppo per oltre un miliardo e mezzo di euro. Da quel momento Acqua & Sapone non è più un’azienda con una storia e un radicamento territoriale: è un asset finanziario da valorizzare per gli azionisti. Il territorio in cui è nata e cresciuta non compare in nessuna voce del piano industriale. È un costo da eliminare.
Il problema è che quel costo — cinquantasei famiglie, un comune montano che perde un presidio occupazionale qualificato costruito in trent’anni — non compare neanche in nessun bilancio aziendale. Lo paga il territorio. Lo paga la collettività. Lo pagano i servizi pubblici che dovranno farsi carico delle conseguenze sociali di una scelta che qualcuno, a Londra, ha preso ottimizzando un foglio Excel. Per TDR Capital, Piancastagnaio non esiste. Esiste una voce di costo da cancellare in un piano di ristrutturazione logistica.
Questo è il meccanismo che bisogna nominare con chiarezza, senza indignazione moralistica ma con precisione politica: le aree interne non perdono lavoro perché sono inefficienti. Lo perdono perché il sistema di incentivi del capitalismo finanziario contemporaneo non calcola i costi della desertificazione territoriale. Chi chiude un magazzino in montagna e ne apre uno in pianura migliora i propri margini, ma esternalizza sul territorio il costo dello spopolamento, della perdita di competenze, del carico sulle politiche assistenziali. È un trasferimento di ricchezza mascherato da decisione aziendale. Nei confronti di un territorio che ti ha fatto crescere per trent’anni, è una forma di tradimento e di sradicamento.
Di fronte a questo meccanismo, la risposta che si è costruita intorno alla vertenza Logimer è un segnale che vale la pena leggere con attenzione. Il Comune ha chiesto alla Regione l’apertura immediata di un tavolo di crisi. I sindacati hanno tenuto lo sciopero con adesione totale. La comunità parrocchiale si è fatta sentire attraverso le parole del parroco Don Giampietro Guerrini, che ha citato Don Lorenzo Milani: uscire insieme. E i parlamentari Pd Fossi, Simiani e Franceschelli hanno depositato un’interrogazione alla Camera e al Senato. Quest’ultimo atto non va sottovalutato: significa che Piancastagnaio non è rimasta sola a fronteggiare una decisione presa altrove. Significa che qualcuno ha scelto di portare questa vertenza dentro le istituzioni nazionali, di trasformare un caso locale in una questione di politica industriale. Non era scontato. È il primo passo necessario per costruire una pressione che arrivi al livello in cui queste decisioni vengono prese e, soprattutto, al livello in cui potrebbero essere prevenute.
Perché è lì che si gioca la partita vera. Gli strumenti esistono sulla carta: zone economiche speciali, contratti di sviluppo, fiscalità di vantaggio per gli insediamenti produttivi nelle aree interne, clausole di radicamento territoriale negli appalti pubblici. Quello che manca è la volontà politica di usarli in modo sistematico, non episodico. Di costruire un quadro normativo che renda conveniente restare nei territori montani, non solo costoso andarsene dopo aver già deciso. Un’interrogazione parlamentare apre una finestra. Quello che serve è che da quella finestra passi qualcosa di concreto.
Piancastagnaio negli ultimi anni ha scelto di essere qualcosa di più di un presidio demografico. Ha investito in cultura, in progettualità europea, in una visione del territorio che guarda avanti. Grazie alla geotermia ha abbattuto dell’ottanta per cento i costi energetici per le aziende insediate — un vantaggio competitivo reale che pochi territori in Italia possono offrire. Ha costruito servizi alla persona di primissimo livello: asilo nido, scuola materna, assistenza, che per una famiglia di lavoratori non sono optional ma condizioni concrete di vita, e che rendono questo comune montano più attrezzato di molte città medie. Un comune così non dovrebbe trovarsi a combattere ogni volta da capo la battaglia elementare di convincere chi detiene quote azionarie a Londra che vale la pena restare. Dovrebbe poter contare su un sistema che quella scelta la rende strutturalmente conveniente, non affidata alla buona volontà di chi non sa nemmeno dove si trova l’Amiata.
Il conto della desertificazione delle aree interne è reale. Finché non lo si fa pagare a chi lo produce, lo pagheremo noi.





