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Pete Hegseth annuncia che “la potenza di fuoco sull’Iran sta per aumentare drasticamente”. Non è una dichiarazione militare: è una dichiarazione di clima. Il segretario alla Difesa americano non descrive un’operazione, descrive una direzione — e quella direzione è verticale, verso l’alto, senza soglia visibile.
Israele, intanto, parla di “fase successiva” della campagna contro Teheran. Fase successiva rispetto a cosa, non è del tutto chiaro. Quello che è chiaro è che la grammatica usata — fasi, surge, operazioni di ritorsione — è la grammatica di una guerra che si normalizza mentre si intensifica. L’Operation Epic Fury, il nome scelto per i bombardieri B-2 e B-52 impiegati dagli Stati Uniti, suona come un titolo di videogioco. Ma le scuole colpite a Minab, come segnala il New York Times, non sono videogiochi.
L’Iran risponde abbattendo droni — sette Hermes e MQ-9 in “operazioni di ritorsione”, dice Press TV — e dimostra una capacità di interdizione aerea low-cost che preoccupa più dei missili. La BBC dedica un’analisi ai droni economici iraniani: economici da produrre, difficili da intercettare, sufficienti a saturare i sistemi di difesa avanzati. Zelensky, interpellato, conferma che gli Stati Uniti hanno chiesto all’Ucraina assistenza proprio su questo fronte — un dettaglio che dice molto sulla geometria insolita di questo conflitto, in cui le esperienze di guerra si scambiano tra teatri lontani come manuali tecnici.
Il quadro regionale è tenuto insieme, per ora, da equilibri precari. La Siria rimane fuori dalla lista degli obiettivi iraniani: secondo Asas Media, Teheran vuole preservare il corridoio logistico verso Hezbollah. Gli Houthi esprimono solidarietà ma non entrano, valutando opzioni limitate senza esporsi a rappresaglie americane su larga scala. Hezbollah evacua villaggi nel nord di Israele e bombarda la periferia sud di Beirut. Tutto si muove, niente precipita — ancora.
La Giordania, sorvegliata da vicino, vieta le fotografie alle operazioni di difesa aerea. I cittadini avevano filmato i detriti missilistici durante i recenti attacchi: troppa trasparenza involontaria. Il controllo dell’immagine è parte integrante della guerra.
A margine — ma non troppo — due notizie che in un’altra settimana avrebbero trovato più spazio. Cuba è sull’orlo del collasso energetico: le strade dell’Avana si sono svuotate per mancanza di carburante, il blocco americano stringe. E in Danimarca, alcune donne hanno cominciato a vestire le statue dei monumenti pubblici — quasi tutti uomini, o donne nude — con abiti di lana lavorati a maglia, per protestare contro la rappresentazione diseguale nell’arte urbana.
Una guerra alle porte d’Europa, un’isola che affoga nel silenzio, e delle donne con i ferri da maglia davanti a un bronzo. Il mondo, nella sua interezza disordinata, non smette mai di essere tutto insieme.





