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8 Marzo 2026Parte I
Il fuoco e la notte
Le fiaccole di Abbadia San Salvatore — un atto, non una tradizione
Pierluigi Piccini
Per chi vuole avvicinarsi
Ogni anno, la notte del 24 dicembre, ad Abbadia San Salvatore si accendono delle grandi torce di legno — le fiaccole — disposte nei punti del paese, dove bruciano ferme nella notte più lunga dell’anno. Chi le ha viste sa che lì accade qualcosa che vale la pena capire. Chi non le ha viste, e ne ha sentito parlare, si sarà imbattuto in una varietà di racconti: chi dice che è una tradizione medievale, chi la fa risalire ai Longobardi, chi la collega alla storia mineraria della montagna, chi semplicemente la chiama folklore. Tutti questi racconti contengono qualcosa di vero. Ma nessuno basta.
Il problema non è che siano falsi — è che sono vaghi. Descrivono il rito senza toccarlo. Lo collocano in una cornice storica o folklorica che lo rende comprensibile, ma al prezzo di renderlo ordinario. E le fiaccole di Abbadia non sono ordinarie. Chi le ha guardate bruciare nel silenzio della notte di dicembre lo sa: c’è qualcosa lì che resiste alla spiegazione facile, che eccede la cornice in cui lo si vuole contenere.
Questo saggio nasce da quel disagio. Dal fastidio per la banalità dei racconti correnti, e dal desiderio di sottrarre le fiaccole alla vaghezza — non per renderle più misteriose, ma per renderle più precise. Perché la precisione, in certi casi, è la forma più alta del rispetto.
Ho sentito il bisogno di un tentativo organico e documentato: qualcosa che non si accontentasse di dire che le fiaccole sono belle, o antiche, o identitarie, ma che cercasse di capire cosa fanno davvero. Cosa succede in quella notte. Perché quella forma. Perché quel silenzio. Perché proprio lì, su quella montagna, in quel momento dell’anno.
Per rispondere ho usato gli strumenti che conosco — la filosofia, l’antropologia, quella conoscenza antica che chiamiamo esoterica — non per sovraccaricare il rito di significati estranei, ma perché questi strumenti permettono di vedere strutture che altrimenti restano invisibili. Strutture che sono già lì, nelle fiaccole, da prima che qualcuno le nominasse.
Ciò che ho trovato è che le fiaccole di Abbadia appartengono a una genealogia lunghissima — cosmologica, rituale, geometrica — che attraversa millenni e culture. Non sono un’anomalia locale: sono un nodo in cui si stringono fili antichissimi. E proprio per questo non appartengono soltanto ad Abbadia San Salvatore: appartengono a chiunque sappia riconoscere, in un fuoco acceso nella notte, qualcosa che lo riguarda. Capirlo non toglie nulla alla loro concretezza. Anzi: restituisce a chi le costruisce, a chi le accende, a chi le guarda, la piena dignità di ciò che compie.
Questo saggio è diviso in quattro parti. La prima affronta la notte come condizione — non come sfondo — e il silenzio in cui le fiaccole bruciano. La seconda risale alle radici cosmiche del rito, dal tempo ciclico delle culture arcaiche fino al cuore del calendario cristiano. La terza entra nella forma fisica della fiaccola, nel legno del bosco e nella montagna che custodisce il fuoco. La quarta chiude il cerchio: la comunità che si forma attorno al fuoco, gli elementi che vi agiscono, il luogo che si rifonda.
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L’uomo abita poeticamente su questa terra.
— Martin Heidegger
Un atto, non una tradizione
Non è una festa. Non è una tradizione da conservare. È un atto che accade.
La distinzione non è retorica: è ontologica. Una tradizione si perpetua, si tramanda, si gestisce. Un atto, invece, ogni volta si compie per la prima volta. Le fiaccole di Abbadia San Salvatore appartengono alla seconda categoria. Ogni 24 dicembre, nella notte più lunga dell’anno, il fuoco non viene acceso per ricordare qualcosa: viene acceso perché qualcosa deve ancora succedere. Il mondo deve essere rimesso al mondo.
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La notte che non è uno sfondo
Prima ancora del fuoco, c’è la notte. Non come cornice, non come atmosfera — come condizione. La notte del solstizio d’inverno è il momento in cui le categorie diurne cedono. L’utilità, la visibilità, l’orientamento ordinario — tutto ciò che scandisce la vita di giorno — nella notte si sospende. Qualcosa di più antico prende il posto.
La notte non toglie il mondo: lo restituisce in una forma più essenziale. Non è il contrario del giorno — è ciò che il giorno continuamente cancella e che ritorna quando il giorno cede.
Il 24 dicembre cade il giorno immediatamente dopo il solstizio d’inverno. Il solstizio — dal latino sol sistit, il sole si ferma — è il momento in cui la discesa della luce raggiunge il suo limite. Per tre giorni il sole resta alla stessa altezza prima di riprendere a salire. Le culture antiche vivevano questa sospensione come una soglia cosmica: il mondo tratteneva il fiato, e il fuoco umano suppliva alla luce che sembrava essersi ritirata.
Tre giorni. La stessa durata della permanenza di Cristo nel sepolcro prima della resurrezione. Non è una coincidenza: è la stessa struttura. Il sole si ferma, discende nell’oscurità, risorge. Cristo muore, scende agli inferi, risorge al terzo giorno. Il Natale e la Pasqua replicano entrambi lo stesso schema cosmico — la luce che si arresta, la discesa nell’oscurità, il ritorno. Il cristianesimo ha compiuto un’operazione di straordinaria potenza: ha preso la struttura impersonale del cosmo e l’ha incarnata in una storia personale. Il sole che torna è diventato un uomo che risorge. L’astronomia è diventata teologia. Ma la struttura sotto è la stessa — tre giorni di sospensione, poi il ritorno della luce. Le fiaccole di Abbadia bruciano esattamente in quel punto di cerniera: nel momento in cui il cosmo e la fede si rivelano come variazioni dello stesso gesto antico.
Le fiaccole bruciano mute. Non c’è musica, non c’è corteo, non c’è parola che le accompagni. Il fuoco accade nel silenzio — e questo silenzio non è vuoto. È la forma acustica del sacro. Ciò che le fiaccole fanno non si dice — si custodisce.
· Fine della prima parte · Nella seconda: il tempo che si decide, il fuoco come tecnologia sacra, il Natale e le sue radici cosmiche.





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