
Frappes israéliennes de drone sur les quartiers de Nabaa
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Lo Stretto e il Rublo
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C’è un momento in cui la cronaca smette di essere rumore di fondo e diventa architettura. Quello che sta accadendo tra Iraq, Iran, Israele e il Golfo non è una serie di incidenti paralleli: è un sistema che funziona, anche se nessuno lo ha dichiarato tale.
Un aereo da rifornimento americano precipita in Iraq. La Francia perde un soldato a Erbil e ne conta sei feriti. Dubai — la città che aveva scommesso sulla modernità come antidoto alla storia — appare nei video come una capitale fantasma, aeroporto e spiagge svuotati in ore. Israele parla di missili iraniani e posta a corredo un filmato di fine febbraio, operazione di comunicazione più che di difesa. Nel frattempo i pasdaran affinano da anni arsenali poco costosi e difficili da attribuire: droni, ordigni acquatici, strumenti di una guerra che si combatte senza mai essere dichiarata.
L’Iran, in tutto questo, fa la guerra senza farla. Almeno ufficialmente.
I 120 militari italiani rifugiati nei bunker di Erbil — l’allarme era scattato quattro ore prima dell’attacco — sono usciti e si sono ritirati. Una missione cominciata nel 2003 contro Saddam Hussein si è chiusa in silenzio, con la dignità sobria di chi sa che certi capitoli finiscono senza un epilogo scritto. Il ministro della Difesa ha detto «non è la nostra guerra», e ha ragione. Il problema è che non è nemmeno chiaro di chi sia questa guerra, né dove stia andando.
Lo stretto di Hormuz torna a essere percorribile, ma solo verso un Paese, e in cambio di qualcosa che non viene detto esplicitamente. Hormuz come leva di coercizione economica è forse la carta più potente che Teheran ha in mano — e forse quella che Washington ha sottovalutato di più. Intanto Trump sblocca gli acquisti di petrolio russo: quando il greggio sale, gli Stati Uniti ci guadagnano comunque, e la guerra diventa anche una variabile di mercato. I segnali di una exit strategy americana si moltiplicano, e la domanda su quanto durerà questo impegno americano nella regione comincia ad avere risposte sempre meno rassicuranti per gli alleati.
In Iran, nel frattempo, si gioca una partita interna che si sovrappone a quella esterna. Il discorso del possibile successore di Khamenei era costruito per garantire continuità, ma non scioglie i dubbi su cosa venga dopo. Un paese che si prepara a una transizione di potere e a un confronto militare nello stesso tempo è un paese che può permettersi pochi errori di calcolo — e che ne fa comunque.
A Roma si discute se aprire o no un tavolo parlamentare sull’Iran. Qualcuno dice sì, qualcuno dice no, qualcuno dice sentiamoci: il riflesso pavloviano della politica italiana di fronte alle crisi che non capisce fino in fondo. Sul Libano, la risposta ufficiale è che «lo decideremo con l’Onu» — formula onesta, ma anche rivelatrice di una postura che attende gli eventi invece di anticiparli.
Le guerre di proxy non hanno armistizi riconoscibili. Finiscono per sfinimento, per calcolo economico, per cambio di regime — o non finiscono, e diventano il nuovo normale. Dubai deserta ci ricorda che il normale, in Medio Oriente, può cambiare nel volgere di una stagione.
I militari italiani usciti dai bunker di Erbil lo sanno. Il resto lo stiamo ancora capendo.





