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La generazione che non avevano previsto
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I referendum finiscono alle quindici. Alle sedici i leader stavano già parlando d’altro.
Conte aveva convocato la conferenza stampa mentre lo scrutinio era ancora in corso, prima di Schlein, per mettere i paletti sulle primarie: aperte ai cittadini, non agli iscritti. Una mossa tecnica con effetti politici precisi. Schlein ha risposto: disponibile, nessuna fretta. Renzi ricordava con malcelato piacere il suo 2016. Fratoianni avvertiva: “Sbagliare ora sarebbe imperdonabile.”
Meloni pubblicava un video di meno di un minuto e parlava di “occasione persa.” Poi il meccanismo si metteva in moto lateralmente: Delmastro, Bartolozzi, Santanchè, Gasparri — sfiduciato da 14 senatori su 20 su impulso silenzioso di Marina Berlusconi. I vertici restavano. Pagavano le figure intermedie.
Cercando questi nomi mi sono imbattuto in uno che avevo dimenticato: Francesco Michelotti, deputato di FdI, avvocato di Poggibonsi, relatore alla Camera della riforma. Aveva definito “storica” l’approvazione. In Toscana il No ha preso il 58%. Non figura tra i dimissionari. È semplicemente sparito dal racconto, come spariscono i relatori quando la legge non c’è più.
Quello che resta, guardando i due fronti, è una simmetria scomoda. Il centrodestra sa perdere compattamente verso l’esterno ma si smembra verso l’interno. Il centrosinistra vince compattamente verso l’esterno ma già al secondo giorno litiga su chi guiderà la coalizione. Sono due fragilità speculari. Il referendum ha fermato una riforma. Non ha ancora prodotto un’alternativa.





