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Su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, Vittorio Lingiardi ha dedicato una pagina a Bestiola, il nuovo libro di Jonathan Bazzi uscito per Mondadori. È una recensione che vale la pena riprendere, perché tocca una questione che molti conoscono e pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce: quanto si soffre per la morte di un animale, e quanto poco questa sofferenza venga riconosciuta.
Lingiardi parte da lontano, da un breve racconto di Naipaul uscito postumo, in cui lo scrittore mette in fila la morte del padre, del fratello e del suo gatto. Non li mette sullo stesso piano per provocazione: li accosta perché il dolore non rispetta la gerarchia dei legami. Si soffre in proporzione a quanto si è amato, non secondo il grado di parentela né secondo la specie. È questa la chiave con cui entrare nel libro di Bazzi, che racconta la perdita di due gatti, Mirtilla e Purè, due Devon Rex che il narratore e il suo compagno non hanno mai considerato animali domestici né sostituti di figli. Erano, semplicemente, una famiglia di quattro. Quando dopo sedici anni quella famiglia perde la sua metà non umana, non resta un vuoto da riempire con un altro cucciolo: resta un lutto.
Il romanzo comincia quando Mirtilla è già morta, con un trasloco da fare e un corpo che si ribella, tra nausee e un nodo che stringe sotto lo sterno. Da lì si allarga alla malattia, all’ultima stagione di Purè, e poi ai genitori, al denaro, alla terapia, ai social, alla scrittura che non vuole venire. Lingiardi riconosce a Bazzi una qualità rara, quella di essere spietato senza scivolare nel cinismo. Lo scrittore guarda dentro di sé senza indulgenza: l’invidia, l’ansia di dover rendere, l’esposizione continua sui social, un narcisismo fragile che non conquista il centro della stanza ma aspetta in un angolo di essere scelto. Una bestiola, appunto, vulnerabile e sempre sul punto di diventare preda.
C’è un passaggio della recensione che trovo particolarmente illuminante. I Devon Rex hanno un pelo così corto che accarezzarli è quasi toccare la pelle. E la pelle, nel libro, smette di essere una metafora: è il primo luogo in cui si impara a fidarsi del mondo, il confine dove avviene l’incontro prima ancora delle parole. Il narratore viene da un’infanzia senza abbracci, senza tenerezza; attraverso i suoi gatti ha scoperto che cosa significhi essere toccati e toccare. Bazzi la chiama un’etica della tenerezza. Ma non c’è niente di consolatorio in questo, avverte Lingiardi: ci sono la dipendenza, il controllo, la paura della separazione, e soprattutto la responsabilità terribile di decidere della vita di un altro, di accompagnarlo alla fine almeno con dignità.
Qui il libro affronta un luogo comune che resiste da tempo, l’idea che l’amore per gli animali sia più semplice perché privo di conflitti, un affetto puro, senza ambivalenze. Bazzi dubita. Ed è il suo analista, nel romanzo, a insinuargli il sospetto: se davvero non c’è conflitto, dove sta la storia? La storia c’è, e nasce proprio dal riconoscere che quel legame è stato condizionato, limitato, fatto di dipendenza reciproca come ogni legame vero.
Dopo la morte di Mirtilla il narratore cerca una parola per dire che cosa ha perduto e non la trova. Non era suo padre né suo padrone, non era una figlia né una sorella né un’amica. La lingua non ha un nome per questo rapporto, e la società non ha un rito per questo dolore. Esistono lutti che la comunità riconosce e altri che finge di non vedere, o che liquida come sentimentalismi, cose minori. Eppure un animale può occupare una zona decisiva della nostra vita psichica. Il cuore del libro, secondo Lingiardi, non è umanizzare l’animale ma il movimento opposto: lasciarsi animalizzare, ritrovare attraverso la convivenza con un altro corpo la propria parte non verbale, istintiva, creaturale.
Un gatto che ti dorme addosso e che tu non sposti è l’esatto contrario della vita sui social: un legame senza pubblico, senza prestazione, che non ha bisogno di essere mostrato per esistere. Con gli animali torniamo corpi che scelgono di stare insieme, e scopriamo che quello stare insieme, apparentemente senza scopo, era il centro.
Bazzi ha scritto questo libro per non lasciare che il vuoto divorasse tutto, sapendo che scrivere un lutto significa anche tradirlo, dare una forma a ciò che forma non ha. Ha accettato il rischio, e il risultato non è un monumento funebre ma un racconto di trasformazione: il dolore che diventa memoria, il corpo che diventa parola, la famiglia che diventa narrazione. Lingiardi lo definisce un lutto queer, perché porta l’impronta del legame vissuto e non del nome assegnato. Non chiede a nessuno il permesso di decidere quali perdite meritino lacrime e quante. La dedica dice tutto: «Per tutti gli esseri, tutti assieme».
C’è in questo libro una lezione che va oltre il rapporto con gli animali. Riguarda il modo in cui una comunità stabilisce che cosa sia degno di dolore e che cosa no, quali legami contino e quali possano essere archiviati con un’alzata di spalle. Ogni volta che diciamo a qualcuno «in fondo era solo un gatto», stiamo tracciando un confine arbitrario tra le vite che contano e quelle che non contano. Bazzi quel confine lo attraversa, e ci invita a fare lo stesso.





