Minneapolis. Una città sotto pressione
26 Gennaio 2026Ginevra IV: la pace raccontata, la guerra consolidata
26 Gennaio 2026
Il Libano è tornato al centro di una diplomazia araba che cerca di tamponare il disastro più che di risolverlo. Attorno a Beirut si muovono iniziative prudenti, frammentarie, spesso concorrenti: tentativi di costruire una cornice di protezione regionale che assomiglia più a un ombrello d’emergenza che a un vero progetto politico. In questo quadro, alcuni attori cercano di riaccreditarsi come mediatori indispensabili, mentre altri lavorano in silenzio per riallacciare canali con Washington, nella speranza che un minimo di stabilizzazione convenga a tutti.
Ma il contesto è quello di un Medio Oriente esausto. Le guerre aperte e quelle sospese, l’assenza di una soluzione credibile per la Palestina, la normalizzazione dell’uso della forza e la crisi profonda delle società hanno prodotto una regione che non riesce più a immaginare il futuro. La diplomazia procede per piccoli aggiustamenti, guidata dalla paura del collasso più che da una visione condivisa.
In questo scenario, ogni intesa nasce sotto il segno della diffidenza. I contatti esistono, le mediazioni pure, ma sono fragili, reversibili, sempre sospettate di nascondere un secondo fine. La cooperazione è tattica, mai strategica. Nessuno si fida davvero di nessuno, e proprio questa mancanza di fiducia è diventata la struttura portante dell’equilibrio regionale.
Sul terreno libanese, intanto, la crisi assume forme brutali e quotidiane. Crolli improvvisi, soccorsi affidati ai cittadini, tragedie che si consumano nel silenzio raccontano un paese in cui lo Stato non riesce più a svolgere le funzioni minime. Il disastro non è più un’eccezione: è diventato il paesaggio ordinario. Ogni episodio locale riflette un fallimento sistemico, politico e istituzionale.
A questa fragilità si sovrappone un teatro politico che oscilla tra il grottesco e l’inquietante. Storie di confine, accuse di spionaggio, personaggi ambigui e retoriche securitarie alimentano un racconto permanente dell’emergenza. Ma dietro lo spettacolo si intravede una verità più profonda: la sovranità è frammentata, negoziata, spesso esternalizzata. Il Libano vive in uno stato di provvisorietà cronica.
Intorno, la regione continua a produrre altre fratture. La repressione in Iran mostra un volto sempre più sistematico, colpendo soprattutto le minoranze e affinando dispositivi di controllo che fanno scuola. Le grandi ideologie del Novecento, nate come promesse di emancipazione, riemergono come archivi di violenza irrisolta, a ricordare quanto il passato non elaborato continui a pesare sul presente.
In questo paesaggio stremato, la cultura resta uno dei pochi spazi di resistenza simbolica. Il cinema, lo sguardo soggettivo, la rivendicazione di una voce individuale o femminile diventano atti politici proprio perché si sottraggono alla logica della forza, dell’identità imposta, della narrazione unica.
Il Medio Oriente di oggi è una regione senza respiro. La diplomazia tenta di contenere il peggio, le società pagano il prezzo di equilibri costruiti altrove, e ogni spiraglio appare già minacciato dalla possibilità del fallimento. Eppure è proprio in questa stanchezza profonda che si apre l’alternativa decisiva: continuare a gestire il collasso o riconoscere che nulla, davvero nulla, può essere semplicemente aggiustato.


