
Yasmin Levy – Una Noche Mas
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Il Medio Oriente vive una fase di sospensione instabile, in cui nulla sembra precipitare definitivamente ma tutto resta sul punto di farlo. Al centro di questo equilibrio fragile c’è l’Iran, attraversato da un’ondata di proteste che ha messo in discussione il rapporto tra potere e società senza però trovare, finora, una traduzione politica efficace sul piano internazionale. La forza del movimento è reale, ma il suo destino appare legato a fattori esterni più che alla sola dinamica interna.
In questo quadro, le scelte degli Stati Uniti tornano decisive. Donald Trump si muove in uno spazio ristretto, stretto tra l’ipotesi di un intervento militare diretto — carico di rischi regionali e globali — e la tentazione di una pressione indiretta che punti a logorare Teheran senza aprire un nuovo fronte di guerra. L’incertezza americana produce effetti a catena: incoraggia l’attesa, alimenta ambiguità e rafforza l’idea che il tempo, più che la decisione, sia diventato lo strumento principale della politica.
Il movimento di contestazione iraniano è osservato con attenzione ma anche con cautela dal resto del Medio Oriente. Le potenze regionali temono un contagio interno, Israele evita di esporsi apertamente, mentre gli alleati di Teheran mantengono un silenzio calcolato. Ne deriva un paradosso: una mobilitazione che scuote il Paese ma resta isolata, priva di un sostegno esterno capace di trasformarla in leva geopolitica. Il rischio è che l’assenza di una strategia condivisa finisca per rafforzare proprio ciò che la protesta intende mettere in discussione.
Questa ambiguità si riflette in modo evidente in Libano. Qui si intravede una possibile crepa in uno dei pilastri più rigidi dell’assetto regionale: la questione delle armi di Hezbollah. Per la prima volta, il confronto non riguarda più solo il principio della loro intangibilità, ma il costo politico e strategico del loro mantenimento. È un cambiamento sottile, che nasce dalla combinazione di pressioni interne, crisi economica e intensificazione delle operazioni militari israeliane nel Sud del Paese.
Le istituzioni libanesi provano a far emergere un linguaggio nuovo, più pragmatico, ma lo spazio di manovra resta minimo. I raid nel Libano meridionale, le minacce preventive e l’instabilità del confine mostrano quanto ogni apertura resti fragile, costantemente esposta al rischio di essere travolta dagli eventi. Il Libano continua così a oscillare tra la necessità di un compromesso e l’impossibilità di renderlo concreto.
A est, la Siria offre l’immagine di una normalizzazione solo apparente. Il controllo di Aleppo da parte del potere centrale segna una vittoria militare, ma non risolve le fratture profonde del Paese. A distanza di un anno dall’ultima svolta del conflitto, la Siria resta un territorio frammentato, dipendente da equilibri esterni e privo di una prospettiva reale di ricostruzione politica ed economica. La ripresa di operazioni contro gruppi jihadisti riapre inoltre interrogativi sul reale disimpegno americano e sulla possibilità che vecchie logiche vengano riattivate sotto nuove forme.
In questo scenario teso, il richiamo alla pace e alla speranza proveniente dal piano religioso e simbolico appare quasi fuori tempo, ma non per questo irrilevante. È il segno che, accanto alla forza e alla deterrenza, sopravvive un tentativo di tenere aperto uno spazio di senso e di mediazione, per quanto fragile e spesso inascoltato.
Nel complesso, il Medio Oriente appare intrappolato in una fase di attesa prolungata. Nessun attore sembra in grado — o disposto — a imprimere una svolta decisiva. L’Iran resta il nodo centrale, ma intorno ad esso ruota un sistema interdipendente in cui ogni rinvio alimenta l’instabilità. Il rischio più grande non è l’esplosione improvvisa, ma la normalizzazione del conflitto permanente: una regione condannata a vivere in equilibrio precario, dove le decisioni mancate pesano quanto, se non più, di quelle prese.


