
Tirs du Hezbollah, bombardements israéliens : Retour sur une nuit difficile à Beyrouth et au Liban-Sud
18 Marzo 2026
Il sermone come contratto
18 Marzo 2026
C’è un’ora del mattino in cui il Corriere della Sera esiste come organismo vivente nella sua forma più vera. Le 8:44 del 18 marzo 2026. Aprire quella pagina è come affacciarsi su un balcone da cui si vede tutto contemporaneamente — e il tutto, guardato insieme, dice qualcosa che nessun singolo articolo riesce a dire da solo.
L’Iran brucia. Trump telefona al Corriere — al Corriere, come se il giornale fosse un interlocutore diplomatico — e dice che stanno stravincendo. Bombe a grappolo su Tel Aviv, due morti. Raid americani lungo Hormuz. Israele colpisce Beirut. Putin blocca Telegram e WhatsApp a Mosca perché è ossessionato dalla sicurezza dopo la morte di Khamenei. Il mondo, nel senso fisico del termine, sta cambiando forma mentre noi leggiamo.
E accanto, in perfetta continuità tipografica, c’è il bonus per moto e scooter elettrici — attivo dalle 12 di oggi, fino a quattromila euro, non dimenticate il veicolo da rottamare. Accanto alla guerra. Accanto ai morti. Con la stessa impaginazione, lo stesso corpo del carattere, la stessa autorità editoriale.
Questo è il miracolo osceno e necessario del giornalismo generalista: mette tutto sullo stesso piano perché la vita mette tutto sullo stesso piano. Chi ha perso il lavoro a Bari — si è preparato per andare in ufficio, la moglie ha trovato la raccomandata del licenziamento — non smette di esistere perché a Teheran bombardano i silos missilistici. L’anziano di 88 anni investito a Foggia da un tredicenne su un monopattino truccato — stava andando a messa, prima aveva ascoltato la Callas — non è una notizia minore. È la stessa notizia. È la stessa umanità che si sfascia e si aggiusta e si rifascia ogni giorno.
Ferraris scrive su Schopenhauer: liberarsi dalla volontà, contemplare il mondo senza desiderio. Esce proprio oggi, in questa edizione. C’è qualcosa di involontariamente perfetto in questo: mentre gli Usa sorvolano Hormuz con i super ordigni, Schopenhauer suggerisce la rinuncia al volere come unica forma di redenzione. E il Corriere lo mette lì, tra la guerra e i monopattini, con la stessa serietà.
Zakaria parla di egemonia americana che rischia il collasso. Fubini spiega che il blocco dello stretto ferma il 30% degli scambi mondiali di elio — e quindi rallentano i chip, e quindi rallenta la medicina, e quindi rallentano le TAC, e quindi muore qualcuno di cancro che poteva non morire. La guerra non è mai solo la guerra. La guerra è sempre anche i chip e la TAC e il paziente che aspetta.
C’è la storia del bambino torinese di nove anni che ha disegnato il suo Maxibon ideale e lo ha spedito per posta, e la fabbrica lo ha invitato a vederlo costruire. C’è la cassiera di Rimini che ha vinto la causa per mobbing e ha ricevuto sessantunomila euro. C’è il fratello di Khamenei, morto, e le ipotesi sulle seconde linee pronte a prendere il potere. C’è Kimi Antonelli in Formula 1 — la prima volta, un centimetro alla volta — e l’ippopotamo pigmeo Moo Deng aggredito da un uomo che voleva fotografarlo.
Il Corriere delle 8:44 è uno specchio deformante che però non mente. Deforma perché mette in fila, perché appiattisce la gerarchia del dolore, perché costringe la notizia dell’apocalisse a convivere con la notizia del Maxibon. Ma non mente perché questa è esattamente la forma che ha il mondo nella testa di chi lo abita. Nessuno di noi pensa solo alla guerra. Nessuno di noi pensa solo al figlio o alla pensione. Pensiamo a tutto insieme, in simultanea, con quella capacità umana di tenere aperte infinite finestre senza chiuderne nessuna.
La prima volta di Kimi. Schopenhauer. I trabocchi. Hormuz. Il Maxibon.
Questo è il mondo alle 8:44. Un organismo che respira male, che non sa dove mettere gli occhi, che ha paura e ha fame e ha voglia di vincere e si dimentica dove sono le chiavi di casa. Un organismo vivo.





