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C’è un filo che attraversa le notizie di questi giorni, un filo rosso — letteralmente — che lega il fumo del fosforo bianco sui cieli del Libano al prezzo del greggio che sfonda quota cento dollari, la nomina silenziosa di Mojtaba Khamenei alla guida dell’Iran all’esplosione davanti all’ambasciata americana di Oslo. È il filo di un ordine mondiale che non regge più, che cigola e si spezza sotto il peso di troppi conflitti simultanei, troppi equilibri saltati, troppa storia compressa in poco tempo.
Mojtaba Khamenei è, secondo il New York Times, una figura misteriosa. Figlio del padre, nel senso più letterale e politico del termine. La sua nomina a terzo leader della Rivoluzione Islamica non è una svolta: è la conferma che l’Iran sceglierà la continuità della linea dura anche nell’ora più difficile, anche con le bombe che cadono e lo Stretto di Hormuz che si chiude come una morsa. Il Financial Times lo scrive chiaramente: è il segnale che le politiche intransigenti proseguiranno. E intanto il petrolio sale, i mercati tremano, il G7 discute di riserve strategiche da liberare come se fosse possibile tamponare con qualche milione di barili una crisi che è prima di tutto politica.
Il Wall Street Journal non usa mezzi termini: la tanto temuta stretta petrolifera nel Golfo Persico è arrivata. Non è più uno scenario, è una realtà. Il traffico attraverso Hormuz è paralizzato. Siamo di fronte alla più grave crisi energetica dagli anni Settanta, scrivono, e l’economia globale ne sentirà il peso per mesi, forse per anni. Eppure Trump, intervistato dal Times of Israel, parla della fine della guerra con l’Iran come di una decisione che prenderà “concordandola” con Netanyahu. Come se fosse una questione bilaterale. Come se il resto del mondo — l’Europa che ora è il maggiore importatore di armi al mondo secondo il SIPRI, l’Azerbaigian che rischia di essere trascinato nel conflitto per i suoi storici legami con Israele — non esistesse, o potesse aspettare.
La guerra si allarga. Le bombe cadono in Iran, in Israele, in Libano, nel Golfo — lo segue Le Monde in diretta, come se fosse un evento sportivo. Human Rights Watch accusa Israele di usare illegalmente il fosforo bianco in Libano. L’accusa è grave, la reazione è afona. In un mondo saturo di immagini e di orrore, anche le accuse più pesanti faticano a bucare il rumore di fondo.
Poi ci sono le notizie che sembrano laterali ma non lo sono. Un’esplosione davanti all’ambasciata americana di Oslo: la polizia norvegese non esclude il terrorismo. Un ordigno lanciato vicino a Gracie Mansion, la residenza del sindaco di New York Zohran Mamdani. Un giudice federale che annulla i licenziamenti di massa imposti da Trump ai giornalisti di Voice of America. Sono lampi che illuminano un paesaggio interno, americano, dove la democrazia si difende un’ingiunzione alla volta, dove l’informazione pubblica è diventata terreno di scontro politico, dove perfino la casa del sindaco non è al sicuro.
Altrove, la Svizzera respinge il referendum che avrebbe tagliato il canone per l’emittente pubblica. Piccola notizia, grande segnale: in qualche posto d’Europa si decide ancora che l’informazione non è una merce come le altre. In Colombia si vota tra la violenza in campagna elettorale, candidati che cercano spazio, un Congresso rinnovato che deve fare i conti con un paese ferito. In Venezuela, Delcy Rodríguez celebra record di partecipazione a una Consulta Popolare Nazionale che l’opposizione chiama plebiscito di facciata. I record si fanno e si disfano a seconda di chi li conta.
Rimane, a guardare tutto questo insieme, una sensazione di vertigine. Non è che il mondo sia più pericoloso di ieri — è che la capacità di gestire il pericolo si è assottigliata. Le istituzioni multilaterali sono svuotate, i leader nazionali pensano in termini di accordi bilaterali, le opinioni pubbliche sono stanche e disorientate. Il petrolio a cento dollari non è solo un numero: è la cartina di tornasole di una crisi di governance globale che nessuno sembra in grado di affrontare davvero.
Il mondo brucia. E chi dovrebbe spegnere l’incendio discute di chi ha il diritto di portare il secchio.





