Groenlandia: l’isola che accelera la storia
16 Gennaio 2026
Caro Fortini, firmato Zanzotto
16 Gennaio 2026
In un contesto internazionale sempre più instabile, la diplomazia prova a ricucire mentre le crisi si moltiplicano e le narrazioni diventano terreno di scontro. L’incontro tra Mark Carney e Xi Jinping va letto come un tentativo prudente di riallineamento tra Occidente e Cina, in un momento in cui l’ordine globale appare scosso da decisioni imprevedibili e da una leadership statunitense sempre più incline allo strappo. Sullo sfondo, l’azione e la retorica di Donald Trump contribuiscono a rendere fragile ogni equilibrio, costringendo altri attori a muoversi per contenere gli effetti di una politica estera che alterna minacce e colpi di scena.
Il Medio Oriente resta il principale punto di pressione. Gli Stati del Golfo e la Turchia hanno lanciato segnali chiari contro un’ulteriore escalation militare verso l’Iran, consapevoli che un attacco diretto potrebbe innescare un conflitto regionale fuori controllo. Allo stesso tempo, Israele osserva con attenzione le proteste interne iraniane: un fenomeno che indebolisce il regime, ma che pone anche il dilemma se intervenire o lasciare che la crisi segua un corso interno, evitando di rafforzare la retorica nazionalista di Teheran.
La situazione in Iran appare drammatica. Le proteste sono state represse con violenza, con blackout informativi, uccisioni su larga scala e pratiche che sfiorano il ricatto, come la richiesta di denaro alle famiglie per la restituzione dei corpi dei manifestanti. La dimensione della crisi ha costretto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a riunirsi d’urgenza, mentre si combatte anche una guerra parallela sul piano comunicativo: reti e attori esterni cercano di orientare la percezione internazionale degli eventi, trasformando le proteste in un campo di battaglia narrativo oltre che politico.
Nel frattempo, i messaggi provenienti dal Libano invitano a una linea ambigua ma lucida: evitare la guerra preparandosi ad affrontarla. È il linguaggio tipico di una regione in cui la deterrenza convive con il rischio costante di errore di calcolo. In questo scenario, il paradosso occidentale è evidente: mentre la repressione iraniana suscita indignazione, negli Stati Uniti crescono tensioni interne che riportano in primo piano strumenti eccezionali come l’Insurrection Act, evocato per fronteggiare proteste legate alle politiche migratorie. La frattura non è solo esterna, ma attraversa le stesse democrazie.
A completare il quadro, emergono segnali di un mondo che cambia anche nelle periferie dell’ordine globale. Le battute provocatorie su Islanda e Groenlandia, tra ironia e arroganza geopolitica, rivelano come l’Artico stia diventando una nuova frontiera strategica: rotte marittime, risorse minerarie e competizione tra grandi potenze trasformano territori un tempo marginali in snodi cruciali. In Europa, intanto, le difficoltà di bilancio e il ricorso a strumenti istituzionali d’emergenza mostrano governi sotto pressione, costretti a scegliere tra stabilità formale e decisioni forzate.
Il filo che unisce questi eventi è la crisi di un ordine condiviso. Diplomazia, repressione, propaganda e improvvisazione convivono in un sistema internazionale dove nessun attore sembra in grado, o disposto, a garantire regole stabili. Il risultato è un mondo sospeso, in cui ogni crisi locale rischia di diventare globale e ogni gesto politico, anche il più simbolico, può avere conseguenze sproporzionate.


