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C’è qualcosa di paradossale nella vicenda che ha portato all’esclusione di Luigi Lovaglio dalla lista del consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi. L’uomo che ha risanato la banca più antica del mondo, che ne ha guidato la ricapitalizzazione da 2,5 miliardi nel 2022 e orchestrato la scalata a Mediobanca, è stato accompagnato alla porta proprio dal consiglio che avrebbe dovuto riconoscergli i meriti. Il titolo nel frattempo aveva guadagnato oltre il 300% dal prezzo dell’aumento di capitale. I numeri parlano, ma a Rocca Salimbeni evidentemente non è bastato.
La lista approvata il 4 marzo — venti nomi, undici voti favorevoli e due contrari — non reca il nome di Lovaglio. Al suo posto, tre candidati per l’amministratore delegato: Fabrizio Palermo, dato per favorito, Carlo Vivaldi e Corrado Passera, che però avrebbe già fatto sapere di non essere disponibile. Per la presidenza, confermato Nicola Maione.
I motivi dell’esclusione si stratificano: l’indagine milanese sul presunto concerto fra i soci nella scalata a Mediobanca, un piano industriale accolto dal mercato con scarso entusiasmo, e tensioni interne al board che covavano dall’estate. Delfin, primo socio con il 17,5%, non ha commentato e potrebbe astenersi. L’imprenditore Giorgio Girondi starebbe invece lavorando a una lista alternativa con Lovaglio capolista. Assogestioni presenterà la propria lista di minoranza in continuità con il cda uscente.
Sullo sfondo resta la posta vera: la fusione con Mediobanca porterebbe sotto Siena il 13,2% di Generali, ridisegnando gli equilibri del capitalismo finanziario italiano. Il 15 aprile deciderà tutto. Il termine per le liste di minoranza è il 21 marzo.





