
Il mondo che brucia e chi guarda
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I Wanna Be Your Dog
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C’è una data cerchiata sul calendario italiano: il 22 e il 23 marzo 2026. Due giorni in cui cinquanta milioni di elettori sono chiamati a pronunciarsi su una riforma costituzionale che tocca uno dei nervi più scoperti della Repubblica — la magistratura, la sua organizzazione, la sua indipendenza. Il referendum chiama i cittadini a esprimersi su una legge che incide sull’organizzazione della magistratura, introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Avvocato Marco Ticozzi Non è una questione tecnica. È una scelta di civiltà, o almeno così la presentano entrambi i fronti, con un’intensità inversamente proporzionale alla chiarezza con cui la proposta viene spiegata al pubblico.
Il governo Meloni ha voluto questa riforma, l’ha portata in Parlamento, l’ha fatta approvare. Ma non con la maggioranza dei due terzi che avrebbe evitato il referendum — e così la parola passa agli italiani, in un momento in cui la testa degli italiani è altrove: la guerra in Medio Oriente fa schizzare il prezzo del petrolio e a cascata gli italiani si trovano con le tasche alleggerite. Today Il centrodestra teme che il conflitto in Iran assorba tutta l’attenzione mediatica e schiacchi la campagna referendaria, che faticava già a decollare. Il No avrebbe ormai stabilmente superato il Sì, almeno negli ultimi sondaggi diffusi prima del silenzio elettorale, con il 51,4% pronto a bocciare la riforma in caso di affluenza attorno al 57%. Il Sussidiario
Il paradosso è tutto qui: una bocciatura referendaria segnerebbe un colpo durissimo alla credibilità riformatrice del governo, non una caduta immediata, ma l’inizio di una lenta erosione. Diariodelweb Eppure Meloni non si è tirata indietro. Anzi, è tornata all’attacco su più fronti. Ospite di un programma televisivo, la premier ha dichiarato che i giudici “ci impediscono di governare”, richiamando casi di Daspo annullati e procedimenti sull’immigrazione bloccati da interpretazioni giudiziarie “forzate”. Il Giornale È il copione collaudato dello scontro tra esecutivo e magistratura, che accompagna la destra italiana da trent’anni. Ma stavolta il campo di battaglia è la Costituzione.
Nel frattempo, il Paese reale risponde con uno sciopero generale. Oggi, 9 marzo, è un lunedì a rischio disagi per lo sciopero nazionale di 24 ore proclamato da diverse sigle del settore pubblico e privato, con astensioni che coinvolgono scuola, università, sanità e servizi amministrativi. Today Non è uno sciopero politico in senso stretto, ma il tempismo non è casuale: i sindacati che mobilitano il pubblico impiego in un momento in cui il governo è assediato su più fronti — la guerra, il petrolio, il referendum, le tensioni nella coalizione — disegnano una mappa di malesseri che l’esecutivo fatica a contenere.
La crisi internazionale ha spinto Meloni e il ministro della Difesa Crosetto a salire al Quirinale da Mattarella: due incontri a quattr’occhi, in una situazione che ambienti del Colle definiscono “il momento più difficile degli ultimi decenni”. ANSA Il governo deve decidere cosa fare con le basi militari americane sul territorio italiano, con le richieste di forniture belliche dai Paesi del Golfo, con la pressione di Washington e la mediazione europea da non interrompere. Quasi un italiano su due sostiene la necessità di una posizione neutrale e di mediazione, mentre solo l’8% appoggerebbe lo schierarsi del Paese con Israele e Stati Uniti. Il Sussidiario Meloni lo sa, e cerca di tenere il filo stretto tra Trump, Macron e Merz, senza sbilanciarsi, senza perdere nessuno.
Sullo sfondo, i sondaggi raccontano un centrodestra che non crolla ma si incrina. FdI resta stabile al 28,7%, ma il Pd si avvicina al 22,4%, e il M5s cresce al 12,9%. Il centrodestra complessivamente viaggia ancora al 48,6%, ma è scivolato sotto la soglia psicologica del 50% dopo le traversie interne. Il Sussidiario Non è una crisi, ma è un segnale. Il vantaggio c’è ancora, ma si assottiglia. E le elezioni del 2027 si avvicinano in un contesto che non perdona le incertezze.
Il 2026 è l’anno in cui si misura la distanza tra promessa e realtà, tra visione e sostenibilità. Il vero convitato di pietra è la fine del PNRR: senza il paracadute delle risorse europee straordinarie, ogni promessa peserà doppio. Diariodelweb Come si racconta il futuro a un Paese con il caro benzina, lo sciopero generale, una riforma costituzionale in bilico e una guerra alle porte del Mediterraneo? La risposta, finora, è che non si racconta. Si rimanda. Si galleggia. Si attende che la burrasca passi.
Ma le burrasche, in questo periodo storico, non passano. Si moltiplicano.





