
Siena non è solo ferma: è anche disallineata
9 Gennaio 2026Pierluigi Piccini
Cristiano Leone, presidente della Fondazione Santa Maria della Scala, è stato ammesso alla shortlist per la direzione di due musei statali autonomi: la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo. Due candidature legittime. Ma che rendono inevitabile una domanda: quale progetto culturale è mai stato pensato per il Santa Maria della Scala?
La nomina di Leone non è stata casuale. È stata una scelta politica rivendicata dal sindaco Nicoletta Fabio come uno dei passaggi qualificanti del proprio mandato. Il presupposto era esplicito: quella presidenza doveva portare risorse. Non un progetto culturale definito, ma la capacità di intercettare finanziamenti, sponsor, attenzione ministeriale. In una parola: denaro.
Su questa promessa si è costruito un racconto. Nuove relazioni, sponsor interessati, rinnovata attenzione dal Ministero. Si parlava dei fondi del ministro Giuli come di un passaggio decisivo per il rilancio del complesso.
Poi arriva il rendiconto. Non risultano risorse effettivamente disponibili. Non risultano fondi ministeriali concretamente entrati. Non risultano sponsor formalizzati. Non risultano finanziamenti spendibili. E ora arrivano due candidature che rivelano l’orizzonte temporale che Leone aveva in mente quando ha accettato l’incarico.
Il rapporto fiduciario è compromesso. Non importa quale sarà l’esito delle selezioni. Anche nell’ipotesi che Leone non ottenga nessuna delle due direzioni, la frattura resta. Perché quella nomina era stata presentata come l’inizio di un percorso, non come una tappa di transizione verso altro.
E sia chiaro: questa non è responsabilità personale di Leone. La responsabilità politica è del sindaco Fabio. È lei che ha voluto quella nomina, che l’ha difesa, che l’ha caricata di aspettative. Ed è sempre lei che avrebbe dovuto garantire che quelle aspettative si traducessero in atti, risorse certe, impegni formalizzati. Questo passaggio non c’è stato.
Nel frattempo, cosa resta? Studi affidati ad archistar, presentati come il preludio a una trasformazione complessiva, oggi senza orizzonte chiaro. Il rischio è che rimangano materiali costosi e suggestivi, senza seguito operativo.
E c’è il nuovo allestimento, ampiamente criticato. Quello, con ogni probabilità, rimarrà. Non perché sia diventato convincente, ma perché senza risorse gli allestimenti non si superano: si sedimentano. Anche una scelta debole, in assenza di alternative, diventa permanente per inerzia.
Il Santa Maria della Scala non aveva bisogno di una presidenza di passaggio. Aveva bisogno di risorse reali e di una visione dichiarata. Quando le risorse non arrivano e la visione si rivela a termine, resta un’istituzione più fragile, appesantita da studi senza seguito, allestimenti discussi, aspettative disattese.
Non servono altre spiegazioni. Serve assumersi la responsabilità di ciò che è stato fatto e, soprattutto, di ciò che resta. Perché anche il vuoto, quando nasce da scelte sbagliate, diventa un’eredità.





