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Tutti questi giorni di pioggia mi hanno ricordato Montale. Non il Montale dei manuali, quello del male di vivere e della luce ligure. L’altro Montale, quello che è salito quassù, sull’Amiata, e ha capito che l’opacità non è un limite alla visione — è la visione stessa.
Febbraio sull’Amiata è il mese più duro e più onesto. Il bosco è spoglio, il castagneto è scheletro, la terra è zuppa, i fossi pieni. Non c’è niente di pittoresco. Solo acqua che cade, acqua che scorre, acqua che impregna tutto. Il tempo in cui la montagna non ha niente da mostrarti e proprio per questo ti mostra tutto.
Nelle Notizie dall’Amiata c’è esattamente questo: un mondo che si rivela per odori e per suoni attutiti prima che per immagini. Non è un testo sulla solitudine. È un testo sulla distanza come forma di conoscenza. Montale mandava le sue notizie da un avamposto, e la forza di quell’avamposto era di non essere il centro — di guardare il mondo da un luogo che ha una propria solidità, una ricchezza che non dipende dallo sguardo altrui.
Piancastagnaio è questo. Un luogo che non ha bisogno di essere guardato per esistere. L’acqua scende dalle trachiti verso le argille e alimenta la valle che tu la guardi o no. Il castagneto fa il suo lavoro che tu lo racconti o no. Le contrade dovrebbero sapere chi sono senza che nessuno glielo spieghi. È una solidità antica, silenziosa, che non chiede conferme.
Montale lo aveva intuito. Scriveva dall’Amiata non come un esiliato ma come uno che aveva trovato un punto fermo. E da quel punto fermo un ragazzo di qui era andato a cercarlo. Angelo Ferrazzani, poeta, allievo di Montale — così dice la tradizione pianese. Cosa significasse esattamente quel rapporto non lo sappiamo con precisione. Sappiamo che un ventiduenne dell’Amiata ha cercato il più grande poeta italiano del suo tempo, lo ha trovato, e poi è partito volontario per una guerra da cui non è tornato. Il quinto giorno di febbraio 1945, ad Alfonsine. Montale, pochi anni prima, aveva scritto dall’Amiata una poesia sulla difficoltà di far arrivare un messaggio a chi è lontano. La lettera che non fu portata. Ferrazzani la sua non ha fatto in tempo a scriverla.
Questo febbraio 2026 e quel febbraio 1945 si toccano in un punto preciso: nella stessa acqua, nello stesso silenzio del bosco, nella stessa luce corta di un pomeriggio che finisce presto. Il paese è cambiato, è cresciuto, è diventato più consapevole di sé. Ma febbraio non distingue tra le epoche.
La biblioteca porta il suo nome. Sta in via Gramsci. Ci passo e penso a quello che avrebbe scritto se fosse tornato — che poesia sarebbe nata da un ragazzo che aveva conosciuto la guerra e poi ritrovava i rami spogli contro il cielo grigio, il paese intatto ad aspettarlo. Non lo sapremo.
E allora forse il compito è questo: continuare a mandare notizie dall’Amiata. Sapendo che non tutte arriveranno, che qualcuna si perderà per strada. Mandarle lo stesso. Perché un territorio che sa stare da solo sa anche parlare, quando trova la voce giusta. E la voce giusta, Montale lo sapeva, non è mai quella che spiega tutto. È quella che lascia intravedere.





