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di Pierluigi Piccini
Tre articoli usciti in questi giorni sulla stampa senese raccontano la nuova stagione del Santa Maria della Scala: il festival Xenos dedicato alle performing arts, la retrospettiva fotografica di Julian Lennon, la mostra su Santa Caterina. Letti uno dopo l’altro dicono, forse involontariamente, più di quanto vorrebbero. C’è una parola che li attraversa tutti: accoglienza. La usa la direttrice artistica di Xenos, la ripete la co-curatrice della mostra di Lennon, la riprende il cronista quando ricorda il luogo che per secoli ha accolto e assistito persone. La storia dell’antico Ospedale è diventata una formula capace di legittimare qualunque cosa. Ma un’identità che giustifica allo stesso modo una performance di danza, le fotografie di una celebrità e una mostra di arte sacra non orienta più le scelte. Le decora dopo che sono state fatte.
Su Xenos colpisce il messaggio rivolto al pubblico: non occorre essere studiosi o critici, basta aprirsi all’emozione. Detto da un museo, è una rinuncia. Il compito di un’istituzione culturale è offrire strumenti per comprendere, non sostituire la comprensione con l’esperienza emotiva. E colpisce la chiusa: il festival è voluto dal presidente della Fondazione, e la formula del successo sarebbe il “glocal”. Ancora una volta il progetto appartiene a chi lo ha pensato, non a un indirizzo discusso e deliberato dalla città.
La mostra di Julian Lennon è il caso più evidente. È una retrospettiva curata dallo stesso autore insieme a una co-curatrice. Occuperà per sette mesi, dal 4 dicembre al luglio 2027, spazi centrali come i Magazzini della Corticella e la Strada Interna. Il richiamo è dichiarato in tutti i titoli: il figlio della leggenda dei Beatles. Il contenuto, tra fotografia umanitaria, paesaggi e ritratti, non ha alcun legame necessario con il Santa Maria. Poteva essere esposto in qualsiasi altra sede. Che l’autore abbia sempre sognato di venire a Siena è un sentimento rispettabile, non un progetto culturale.
Il terzo articolo è il più rivelatore proprio perché celebrativo. Mette in fila il pittore Franchi a Palazzo Pubblico, Lennon e Santa Caterina, e conclude che tre esposizioni con linguaggi diversi restituiscono la varietà dell’offerta senese. Ecco il punto: la varietà presentata come valore in sé, al posto di una linea. Il calendario si riempie per accumulo, un evento accanto all’altro, senza una domanda che li tenga insieme. Va riconosciuto che la mostra su Santa Caterina, dal 28 novembre, è l’unica che dialoghi davvero con la storia religiosa e civile del complesso. Ed è significativo che nel racconto finisca in coda, stretta tra il pittore e la star.
Il problema non riguarda il valore dei singoli artisti né la buona fede di chi lavora al Santa Maria. Riguarda l’assetto. Manca un comitato scientifico. Manca un indirizzo verificabile. Manca una sede in cui la città discuta che cosa vuole fare del suo più grande complesso monumentale. In questo vuoto la programmazione diventa la somma delle opportunità che si presentano, e il linguaggio dell’accoglienza serve a coprire l’assenza di un disegno.
Il Santa Maria della Scala ha accolto per secoli pellegrini, malati, bambini abbandonati. Lo ha fatto perché aveva regole, istituzioni, responsabilità condivise. L’accoglienza era un’opera, non uno slogan. Restituirgli quella serietà significa tornare a chiedersi che cosa debba essere questo luogo per Siena nei prossimi vent’anni, e non soltanto che cosa ospitare il prossimo mese.





