
«Partiti troppo chiusi, servono forze nuove»
24 Febbraio 2026
SOVRANITÀ LIMITATE
24 Febbraio 2026Rogoredo Bisogna cogliere appieno il senso politico della cortina fumogena alzata nell’immediatezza dalla destra
Il 26 gennaio la notizia che a Milano un uomo era stato ucciso da un poliziotto è arrivata alle otto di sera. A quell’ora i radar della politica sono abitualmente abbassati, non è più indispensabile alimentare la diurna ansia da dichiarazione, le redazioni sono poco recettive.
Eppure pochi minuti dopo diversi esponenti della destra già dettavano le loro certezze sulla legittima difesa dell’agente ed erano pronti a chiudere il caso. Una chiara rincorsa per anticipare nella prassi quello scudo penale per le forze dell’ordine che il governo ha provato a introdurre nella legge qualche giorno dopo. Molto contando sulle emozioni provocate, e orientate, dalla vicenda di Rogoredo.
Oggi il punto non è quello di stabilire fuori dalle aule di giustizia, ostentando certezze uguali e contrarie a quelle della destra, la colpevolezza dell’agente sparatore: per quanto pesanti siano gli indizi e circostanziate le nuove versioni dei colleghi, per quanto credibile e articolato nel tempo sia il quadro che sembra venire fuori dalle indagini, la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche per chi è accusato di fare giustizia da sé.
Il punto è invece cogliere appieno il senso politico della cortina fumogena alzata nell’immediatezza dalla destra. Da Salvini e dalla Lega, quando hanno proposto di dare un premio o raccogliere fondi a favore dell’agente indagato per omicidio volontario, definendo l’accusa – per la quale adesso è stato arrestato – «gratuita ed eccessiva».
E dal ministro dell’interno Piantedosi che ha fatto subito compagnia, o concorrenza, al vice presidente del Consiglio, sicuro anche lui che nel caso era «molto evidente la legittima difesa».
Perché i rappresentanti della destra si spingono così avanti quando si tratta di giurare sulla polizia, senza neanche contare fino a tre, tanto da costringersi adesso a miserevoli giustificazioni, quando il buon senso se non la correttezza o la memoria di aver giurato sulla Costituzione imporrebbero prudenza?
La risposta non è consolante: la destra alza la sua barriera fatta di tante parole e di qualche modifica legislativa (già messa a segno o in programma) non perché sia davvero convinta dell’innocenza della polizia ma proprio per il suo contrario. Perché crede in una giustizia sommaria e violenta, amministrata con le maniere spicce innanzitutto contro le persone marginali, migranti i primi della lista. Lo scudo è quindi concepito come una forma di immunità preventiva piena, dovuta alla carica e necessaria. Le indagini non sono solo una seccatura da evitare ai servitori dello Stato, come si dice, ma sono per la destra la rottura dell’ordine naturale delle cose, che prevederebbe omertà e copertura per chi indossa la divisa.
Del resto, con buona pace della retorica del cesto sano e della mela marcia, è quello che anche in questa vicenda stava cominciando a succedere quando le prime versioni degli agenti testimoni dei fatti a Rogoredo erano diverse ed erano in piena sintonia con le dichiarazioni assolutorie dei ministri.
Nel paese che ha visto i fatti della scuola Diaz e poi i casi Uva, Bianzino, Aldrovandi e Cucchi, solo per citare i meno ignoti, che oggi vede a Milano dei carabinieri indagati per aver ostacolato le indagini per la morte di Ramy Elgaml, se una cautela andrebbe usata sarebbe la cautela opposta: assicurarsi che le indagini sull’operato delle forze dell’ordine possano essere sempre effettive e libere. Non c’è alcuna ragionevolezza nel chiedere di abbassare la guardia verso chi detiene il monopolio dell’uso legale della forza, quello che si scorge è invece un disegno politico pericoloso.
Che passa anche dal referendum sulla cosiddetta separazione delle carriere, visto che alla destra è sfuggita l’intenzione, in caso di vittoria del sì, di togliere il controllo della polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per affidarla direttamente al ministro dell’interno. Cioè, nella vicenda di Rogoredo, a colui che aveva già chiuso il caso.





