Meloni contro Vannacci: “Dl Ucraina avrà i voti ma stupisce che un generale sia contro”

 

Tuttavia, la crescita, insieme con l’occupazione, va letta anche come indicatore di una situazione che resta problematica. La crescita economica conta non solo per la sua entità, ma per la capacità di produrre effetti diffusi e duraturi. Se rimane, come è attualmente, contenuta e diseguale, non si traduce in un miglioramento concreto delle condizioni di vita, soprattutto nei territori e nei gruppi sociali più esposti alle fragilità economiche.

 

Lo stesso vale per l’occupazione. I dati richiamati dalla Presidente mostrano segnali incoraggianti e vanno riconosciuti come tali. Nonostante ciò, il mercato del lavoro italiano continua a essere fortemente segmentato. Accanto all’aumento dell’occupazione stabile persistono ampie fasce di popolazione non occupata e, tra chi lavora, una grande diffusione di forme di lavoro fragile e discontinuo. Per questo il dato occupazionale, pur centrale, non è indicativo nel descrivere le condizioni materiali in cui le persone vivono.

In questo quadro si colloca anche il tema del potere d’acquisto. La sua tenuta dipende dal rapporto tra redditi da lavoro e costo della vita, non solo dalla pressione fiscale o dall’andamento dei prezzi. È qui che si misura la distanza tra una lettura macroeconomica dei dati e l’esperienza quotidiana di molti, per i quali lavorare non coincide automaticamente con una maggiore sicurezza.

 

 

Se questi temi restano centrali, dunque, è anche perché restano irrisolti. Il richiamo alla crescita come priorità dell’azione di governo segnala che gli interventi messi in campo finora sono stati insufficienti. I risultati rivendicati non vanno negati, ma appaiono marginali rispetto alle fragilità che continuano a caratterizzare l’economia reale di ampie fasce della popolazione. La sfida, allora, non è consolidare quanto fatto, ma interrogarsi su quali interventi possano incidere più profondamente sulle condizioni strutturali.